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S.O.S .TARTARUGHE
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Venerdì 11 Dicembre 2009

Esistono otto specie di tartarughe marine, cinque delle quali presenti nel mar Mediterraneo, alcune segnalate ripetutamente (Caretta caretta, la Chelonia mydas, la Dermochelys coriacea), altre solo occasionalmente (Lepidochelys kempi ed Eretmochelys imbricata). Le specie di tartarughe marine si distinguono tra loro attraverso le caratteristiche morfologiche del carapace (la parte dorsale della corazza), del cranio (in base alla differenza nel numero delle squame della regione della fronte), delle pinne: il riconoscimento richiede esperienza, e deve essere eseguito da esperti. Si tratta in tutti i casi di animali di grosse dimensioni: la C. caretta può pesare fino a 180 kg e raggiungere i 110 cm di lunghezza.  Nell’affascinante mondo dei rettili queste creature sono tra quelle che rischiano l’estinzione ed il fattore che mette a repentaglio la sopravvivenza di questi pacifici giganti (la Dermochelys coriacea, o “tartaruga liuto”  con i suoi 200-500 kg è il più grande rettile vivente) è proprio la pressione dell’uomo. Nonostante in molte culture i Cheloni (uno dei quattro ordini in cui è divisa la classe dei Rettili) rappresentino tradizionalmente saggezza (ad esempio in Africa), forza (nei Paesi del Sol Levante è una tartaruga a sostenere il mondo), continuità e vita (fra i nativi americani la Terra stessa era una grande tartaruga, della quale il dorso ne rappresentava la volta celeste mentre il ventre la superficie), questi timidi e vulnerabili animali sono stati nei secoli cacciati, mangiati e massacrati per essere trasformati in inutili oggetti d’arredamento o porta fortuna. Negli ultimi anni la pressione antropica negativa sulla biologia delle tartarughe marine è aumentata a causa della pesca indiscriminata e dell’inquinamento che le nostre attività immettono nell’ambiente marino, spesso disturbato come anche le spiagge che di questi animali sono il sito di nidificazione: un solo neonato su mille raggiunge l’età adulta ed il suo peggior nemico, allo stato attuale delle cose… siamo noi.

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Le tartarughe marine del Mediterraneo dispongono di un’area marina di 25 milioni di Km quadrati con 46.000 Km di coste, 19.000 dei quali appartengono alle isole. Possiamo immaginare il Mediterraneo come ipoteticamente diviso dalla penisola italiana in due bacini, uno ad est (più salino e caldo) ed uno ad ovest. Rispetto agli oceani, questo mare non offre la stessa ricchezza trofica, ovvero di risorse alimentari. Le popolazioni di tartarughe marine che abitano il Mediterraneo (soprattutto C. caretta e C mydas) tendono a concentrarsi nelle regioni più orientali del bacino per riprodursi, ed in quelle neritiche (zone e regioni di mare compresi tra gli 0 ed i duecento metri di profondità) settentrionali (come il mare Adriatico) e meridionali (come le coste della Libia e della Tunisia), per svernare e trascorrere gli stadi giovanili, definiti appunto “neritici”. Nelle regioni occidentali del Mediterraneo si trovano gli esemplari giovani provenienti dall’oceano Atlantico, dove faranno ritorno al momento della riproduzione.

Gli esemplari delle specie sopraccitate presenti nel Mediterraneo possiedono  dimensioni ridotte rispetto a quelli presenti negli oceani e dagli studi genetici, sembrano essere popolazioni geneticamente isolate. La “tartaruga liuto” invece sembra una presenza rara ma costante ma che non nidifica nelle spiagge di questo bacino. E’ un animale poco conosciuto perché per le sue grosse dimensioni non è facile issarla sulle barche se trovata in difficoltà, e gli studi condotti su di essa sono stati svolti per la maggior parte dei casi maneggiando gli animali al momento della deposizione delle uova (momento di grande vulnerabilità per la tartaruga) o su animali spiaggiati (cioè giunti a riva morti o  in estrema difficoltà).

Caretta caretta e Dermochelys sono soprattutto piscivore, ma si possono nutrire anche di crostacei, molluschi, meduse, mentre Chelonia è soprattutto vegetariana.

I cicli vitali di C. caretta e C. mydas sono sovrapponibili. I piccoli nascono da uova deposte nella sabbia dalle madri, le quali per la deposizione tornano dopo anni sulla stessa spiaggia dove sono nate. Le uova vengono deposte a notte fonda in piena tranquillità e possono raggiungere il numero di duecento. Dopo circa due mesi di incubazione avviene la nascita dei piccoli, sempre nelle ore notturne: alla nascita le tartarughine devono raggiungere il più rapidamente possibile il mare, pena la morte tra le fauci di innumerevoli predatori (uccelli, canidi, granchi); comunque anche il mare non è scevro da pericoli, e come già detto in precedenza solo una tartarughina su mille raggiunge l’età adulta. La prima fase di vita delle tartarughe marine è detta “oceanica”, in quanto i piccoli si muovono in acque profonde (ovvero oltre i duecento metri di profondità); a ciò segue una seconda fase trascorsa in ambiente detto “neritico”, nella quale le tartarughe passano ad una alimentazione di tipo bentonico (nutrendosi dunque di invertebrati come crostacei e molluschi) che seguiranno fino alla maturità sessuale. In realtà anche i sub-adulti (animali già di notevoli dimensioni ma che non raggiungono ancora quelle dell’adulto) e gli adulti non in periodo riproduttivo si concentrano in acque poco profonde sulla piattaforma continentale (meno di cinquanta metri di profondità), in aree che sono definite di alimentazione, migrazione e svernamento. Una volta raggiunta la maturità sessuale (nei rettili dipende dalle dimensioni e non dall’età, anche se nelle tartarughe marine viene raggiunta intorno ai 20 anni di vita ed ai 60 cm di lunghezza), giunta la stagione riproduttiva, gli adulti di entrambi i sessi si avvicinano alle coste ed ai siti di nidificazione per l’accoppiamento. Le femmine raggiungono in seguito le spiagge dove avviene la deposizione delle uova: questa richiede alcune ore, durante le quali la femmina scava con le zampe posteriori una fossa nella sabbia. Le uova sono sferiche, traslucide al momento della deposizione, e si “imbiancano” progressivamente nei giorni successivi, in seguito allo sviluppo dell’embrione.

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Le tartarughe marine sono soggette ad una mortalità molto elevata durante le fasi di sviluppo embrionale e neonatali, che si riduce con la progressiva crescita dell’animale. Le cause possono essere dovute a fattori naturali climatici (piogge eccessive, sbalzi di temperatura), alla predazione (anche umana), al disturbo delle spiagge con distruzione dei nidi, all’inquinamento luminoso delle zone circostanti alle spiagge che disorienta i piccoli e ritarda il raggiungimento dell’acqua, ma anche ad inquinanti ambientali, come sostanze chimiche (organiche ed inorganiche) che possono causare intossicazioni acute, con morte immediata, o croniche, con progressivo indebolimento e morte. E’ da sottolineare che il Mediterraneo, bacino semi-chiuso, è un luogo di potenziale accumulo delle sostanze tossiche. L’inquinamento delle acque marine non è dovuto solo a sostanze chimiche “invisibili”, ma anche a rifiuti solidi come pezzi di metallo (argentei come i pesci di cui si nutrono le tartarughe) ed oggetti di plastica, come i sacchetti che questi animali ingeriscono scambiandoli per meduse. L’ingestione di corpi estranei come questi, che non possono essere espulsi, condanna i malcapitati rettili ad una lenta ed atroce agonia per occlusione intestinale o per il perforamento dei visceri interni. Le diverse metodiche di pesca sono un’ulteriore minaccia per la vita delle tartarughe, e si calcola che ogni anno circa 30.000 esemplari perdano la vita affogati nelle reti a strascico o catturati dagli ami, che ingeriti non sono di semplice rimozione e nella maggior parte dei casi portano a morte l’animale prima che venga avvistato in difficoltà. Ma non solo le barche da pesca sono pericolose, tutte le imbarcazioni possono colpire le tartarughe mentre riemergono per respirare o mentre galleggiano per prendere il sole. Gli effetti sono devastanti ed anche in questo caso gli animali sono destinati ad una morte lenta: la maggior parte delle tartarughe recuperate nell’alto Adriatico hanno lesioni da elica. Anche l’abitudine di catturare gli animali per farne oggetti o per consumarne la carne in seguito a vecchie abitudini o leggende ha contribuito negli anni al declino delle diverse specie.

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La futura conservazione di queste regine del mare dipende da una maggior conoscenza della loro biologia ed ecologia, compito questo che deve essere assolto dai ricercatori (anche l’assegnazione dei fondi di ricerca non facilita spesso le persone più competenti), da un maggior rispetto per l’ambiente, che può essere trasmesso dalla didattica svolta nei musei di storia naturale e nei centri di recupero, e dall’informazione costante sulla tutela della fauna selvatica, vero dovere etico di noi tutti.

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Se si rinviene una tartaruga marina in difficoltà o morta bisogna avvertire la Capitaneria di Porto del luogo, attraverso il numero 1530, o il Corpo Forestale dello Stato al numero 1515, poiché questi animali sono protetti a livello nazionale ed internazionale. E’ inoltre importante che essi vengano maneggiate da persone competenti per evitare danni non solo all’animale ma anche alle persone poiché, pur essendo creature docilissime, possono  mordere per difendersi  se maneggiate male. Se la tartaruga è in spiaggia, viva sotto il sole, è opportuno coprirla con panni bagnati per evitare la sua disidratazione in attesa dei soccorsi (il panno deve coprire gli occhi ma non le narici). Se invece viene rinvenuta “galleggiante”, è necessario toglierla dall’acqua afferrandola nei punti in cui la corazza tocca la pelle (regione sopra e dietro la testa, regioni sopra le pinne posteriori) e mai per le pinne: anche se molto debilitate le tartarughe mantengono una forza straordinaria, soprattutto se di grosse dimensioni. Se dalla bocca o dal posteriore dell’animale sporge un filo da pesca, esso non va assolutamente tirato per nessun motivo, perché potrebbe, se legato all’amo, tirare quest’ultimo e provocare una grave lacerazione dei tessuti interni. Se invece è stato colpita di recente da un’elica e l’emorragia è ancora in atto è necessario premere con forza un panno asciutto sulla zona lesionata fino a che l’emorragia si arresta. E’ opportuno infine ricordare che bisogna sempre seguire tutte le indicazioni che il personale contattato fornisce per telefono, tenendo sempre presente il continuo sforzo cui sono sottoposte le  forze dell’ordine, come ad esempio il controllo delle attività marittime da parte delle Capitanerie di Porto, o degli incendi per il Corpo Forestale dello Stato. Collaborare attivamente al salvataggio di un essere vivente dunque, non è solo un atto entusiasmante, ma anche un dovere morale e civico.

Si ringrazia il Centro di Recupero di Tartarughe Marine di Linosa (AG)


Bibliografia

Tartarughe Marine: biologia e conservazione in “Manuale pratico per il recupero delle tartarughe marine” realizzato da CTS ambiente e Provincia Regionale di Agrigento, 2001.

Loggherhead Sea Turtles,  Bolten and Witherington, Smithsonian Books, 2003.

Donatella Gelli - Facoltà di Medicina veterinaria dell’Università di Padova
 
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