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TACCHI: VIRTU' E... VIZI!
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Giovedì 10 Dicembre 2009
Illustrazione di Alberto Lapenna

Caracollavano su zeppe di cinquanta centimetri per le calli di Venezia sostenute da due damigelle ed erano le latrici dell’eleganza assoluta e trasgressiva nella cinquecentesca Serenissima, loro, le cortigiane onorate, le prime ad aver indossato scarpe con plateau prima dell’invenzione autarchica delle suole di sughero di Salvatore Ferragamo, prima delle scarmigliate figlie dei fiori e delle freak degli anni Sessanta e Settanta, prima delle modelle che oggi sfilano sulle passerelle di mezzo mondo a passo marziale per non inciampare.

La storia delle scarpe con zeppe o tacchi e plateau di altezza astronomica è antica eppure discontinua, tutt’altro rispetto a quella del tacco che non ha conosciuto oblio, salvo che per pochi decenni del XIX secolo, dal Settecento ai nostri giorni.

Le signore amano portare i tacchi e se ne vantano, gli uomini li hanno dovuti abbandonare con la Rivoluzione Francese e alcuni piangono ancora. Un fatto è chiaro, certamente mai come negli ultimi anni di questo decennio si sono viste altezze tanto vertiginosamente spudorate proposte alle donne per ogni ora della giornata.

La scarpa ora può essere tattica, classica a mezzo tacco, piatta a ballerina o con la suola nuda per sandali infradito, ma di tutti questi esemplari di probità non ne resterà ai posteri che pallida traccia, perché per la storia le protagoniste saranno altre.

Non c’è dubbio che la moda, quella che stenta a mantenere la M maiuscola, voglia che le donne imparino a muoversi su altezze mai sotto la quota dei dodici centimetri. Camminare à la page è diventato un problema, correre un sogno, ballare un’impresa, bisogna praticamente star ferme e dondolare sulle ginocchia muovendo un piede alla volta, preferibilmente strisciando sulla pista, e se tutto ciò pare assurdo come tale non viene affatto avvertito, anzi, occorre imparare a deambulare con disinvoltura su scarpe alte anche quattordici, quindici e persino ventidue centimetri, e per questo, è ovvio, bisogna andare pure a scuola di portamento, portamento di tacchi o camminata sui tacchi, e in Italia gli specialisti di questa nuova disciplina si trovano a Roma e a Milano.

Bisogna ammetterlo, i modelli di queste calzature altissime sono stupefacenti, brillanti di strass oppure con borchie stravaganti, realizzate in pelli esotiche indecifrabili per le stratificazioni delle lavorazioni sulle squame di rettile, dal boa all’anguilla, dal rospo al coccodrillo più lussuoso. Poi macchie e striature animalier in onore agli stili savana o foresta che riecheggiano il bestiario dei film di Tarzan, il Tarzan già in mostra a Parigi al Musée du quai Branly la scorsa estate, e ancora bordi di visone e piume, ma anche velluto, tanto opulento velluto, come quello delle furbe cortigiane che, a parte farsi sostenere, esigevano un dislivello tra tallone e pianta di ben parca misura, ovvero quattro – sei centimetri al massimo.

I tacchi, per la psicologia dell’abbigliamento simbolo fallico, sono protagonisti, veri monumenti d’alterità, scolpiti come capitelli o figure mitiche da prue di velieri, modellati a pugnale, a stiletto, a coda, a piramide, a strega, sfaccettati, decorati con castoni come gioielli, ma soprattutto sempre compagni di un plateau a vista, o meglio, come vuole la moda quest’anno, nascosto e fasciato nella tomaia della scarpa.

Che si nasconde dietro a questa innocua follia di scarpe scultura? E se invece questa voga non fosse né innocua né tantomeno folle?

I modelli sono vari, si va dalle pump tipo decolleté classico ai modelli simil-schiava con lacci e laccetti, a quelli con cinturini e fibbie vagamente sado-maso; molti modelli sono accollati, a stivaletto, a stivale, e tendono a sostenere la caviglia, che, sempre più esposta a distorsioni e slogature demanda il risultato dello scampato rischio a quel che sta sopra, ovvero ginocchia, bacino, colonna vertebrale.

Che non sia innocua ce lo confermano studi molteplici e voci autorevoli, il piede è sottoposto a stress eccezionali, l’articolazione del ginocchio ne soffre molto per le tensioni estreme, ma a farne le spese maggiori è la colonna vertebrale, e posture sbagliate sono in agguato. Sentiremo più tardi gli specialisti, per ora vediamo perché questa voga nasconderebbe sane ragioni.

E’ circostanza sperimentata che nei periodi più gravosi della storia le donne siano state limitate con molti eterogenei sistemi, il più ovvio è stato certo il busto, capo che pure occhieggia nelle ultime e recenti collezioni assieme alla guêpière. Eppure le altezze delle scarpe che rendono instabile ogni femminea mossa sono state gli espedienti preferiti a conseguenza dalla cosiddetta “liberazione dal corsetto”, avvenuta con lentezza dagli anni dieci del XX secolo. Da una parte quindi si liberava, dall’altra si destabilizzava, così le donne, da allora, pagano ogni singulto della loro pretesa indipendenza con un passo pericoloso.

Le donne cadono, le modelle rischiano ad ogni passerella, e si riaffaccia quel sentore di dominio sui corpi che sembrava sepolto e che evidentemente procedeva verso ciò che oggi vediamo nelle vetrine e sui magazine. Insomma le si aspettava al varco, e l’insidia era e rimane il passo falso.

Per gli errori frutto della vanità comincio ad informarmi da una probabile compagna di tacchi e quindi di ventura, telefono alla fisioterapista Elena Margiacchi Del Rosso, che con perizia ci descrive i problemi che possono scaturire da eccessi d’altitudine. “La tendenza delle calzature altissime, ammettiamolo, è affascinante, tuttavia tacchi considerevoli, se portati spesso provocano l’accorciamento del muscolo tricipite della sura, deformità e dolore all'avampiede”. I piedi sono dunque a rischio… “Bisogna pensare che tutto il peso del corpo viene concentrato in quella zona”. E per la postura che nuove ci sono?  “Notevoli: successivamente sovvengono alterazioni a suo carico, ad esempio lo spostamento in avanti del baricentro”. Sospetto una perdita d’equilibrio permanente, e infatti lei imperterrita continua

“A lungo termine possono generare tensioni muscolari”.

Incalzo: “Tensioni muscolari di che tipo?”

“Ad esempio in altri distretti come schiena e collo”.

Domando affranta: “Gravi?”

“Fastidiose, molto fastidiose”.

Ripenso a quelle creazioni magnifiche che occhieggiano dalle vetrine: “Allora non c’è speranza?”

Lei assume un tono bonario e suggerisce impegno: “Ideale sarebbe indossarli per brevi periodi, praticare stretching per i muscoli posteriori della gamba, altrimenti la soluzione è quella di scegliere tacchi non eccessivamente alti così il peso del corpo può essere più uniformemente distribuito…”. In pratica chi vuole portarli deve guadagnarseli a prezzo di palestra, sudore e fatica…

Mi sorgono dubbi e quindi mi rivolgo decisamente alla donna: “Aldilà della sua professione, lei di questa voga che ne pensa?”

“Per quanto mi riguarda mi piacciono molto i tacchi alti, massimo dieci centimetri, ma li indosso solo in rarissime occasioni. Certo non così vertiginosi, comunque lo faccio per una sera, preferibilmente se c’è poco da camminare e molto da star seduta…”. Finito l’impatto con l’immaginario, la voce riprende il tono tecnico e compassato, “Strategia che consiglio a tutte di seguire. Per le altre occasioni tacchi moderati e pianta comoda”.

Il Dott. Guglielmo La Rocca, (Medicina Generale in Firenze), la prende larga: “Gli studiosi hanno visto bene che nella storia le calzature migliori erano i calzari dei fanti romani, ben areati, ben aderenti, con suola protettiva alta al massimo tre – quattro centimetri…”. Timidamente avanzo: “Dottore, non possiamo andare in giro come legionari…”. Lui affina pericolosamente lo sguardo e per risposta pone a conforto la sua quotidiana esperienza. “Tacchi alti? Finché le donne son giovani può essere piacevole, i problemi li constato poi in quelle di quarantacinque-cinquanta anni, sono loro a presentare piedi deformati. Col tacco alto si sposta tutta la dinamica plantare, e la deformità ossea che dapprima è funzionale poi diviene organica e irreversibile…”.

“Cioè?”

“Camminata dolorosa… Molto dolorosa”.

“Meglio le calighe dei fanti romani?”

“Meglio tacchi di quattro centimetri…”.

La situazione si ribalta e d’improvviso, è lui che m’intervista: “Secondo lei perché le donne si fanno condizionare così?” Bella domanda, ma la risposta non è così semplice, per ovviare all’imbarazzo rispondo che alla fine, se ne saprò di più, gli invierò l’articolo in anteprima.

Adesso è  la volta di un vate della neurochirurgia, di un ambito consulto col Prof. Roberto Mastrostefano, Specialista Neurochirurgo, Specialista Ortopedico, Responsabile f.f. della Unità Operativa di Neurochirurgia dell'Ospedale di Avezzano ASL L'Aquila-Avezzano-Sulmona.

Lui non vuol discutere di moda né di condizionamenti, esordisce ironico: “Un articolo sulle scarpe altissime, carino…Carino… L'uso di tacchi altissimi, e per altissimo si intende un tacco che superi l'altezza di otto centimetri, porta sicuramente ad una postura scorretta e a sollecitazioni fuori misura delle articolazioni della caviglia, del ginocchio e dell'anca, ma tali sollecitazioni raramente portano a danni permanenti delle suddette articolazioni, in quanto, fortunatamente, l'uso di tali tacchi è quasi sempre limitato a poche ore al giorno”. Rabbrividisco al pensiero di signorine e signore che “sfortunatamente” deambulano su quegli orpelli con pochi limiti temporali e quindi molti rischi.

Taccio lasciandolo nel limbo della convinzione che l’uso sia sporadico, lui procede ignaro della nostra illimitata vanità e quindi spietato: “Per quanto riguarda la biomeccanica della colonna vertebrale, così come patologie osteodisco-legamentarie, esse non sono generalmente alterate o peggiorate dall'uso di tacchi alti, proprio per le stesse ragioni prima esposte”.

Incalzo: “Guardi professore che la voga è estesa, i tacchi molto alti sono diffusi anche tra le signore d’una certa età…”. Lui pragmatico considera: “L'uso di tacchi alti da parte delle donne anziane è pericoloso solo in relazione a danni che possono essere causati da cadute al suolo provocate da possibili scivolate.” Il mio pensiero vola a quelle statuarie modelle che di scivolate ne hanno vissute parecchie nelle ultime sfilate, e che anziane proprio non possono dirsi.

Non oso approfondire, andiamo avanti: “Mi descriva cosa succede a portarli di consueto”.

“I sintomi legati all'uso di tacchi altissimi, quando presenti, anche se raramente, sono provocati dall'uso prolungato e frequente degli stessi, colpiscono generalmente soltanto le fasce tendinee e muscolari degli arti inferiori e non le articolazioni, per cui sono facilmente curabili e regredibili”.

Estremizzo: “Quindi niente tacchi?”

“Affatto, La donna in genere presenta un cavismo della pianta del piede superiore a quello dell'uomo, per cui l'uso del tacco è in genere consigliato e benefico, in quanto funge da supporto necessario, che viene a mancare nel caso si utilizzino calzature senza tacco, le quali possono portare a situazioni di dolore permanente da forzatura in piattismo-valgismo.” Gioisco nel pensare strumenti di tortura ballerine e consimili, ma lui non lascia tempo alla soddisfazione, “Ovviamente è consigliabile una misura standard che vada da quattro a sei centimetri”.

M’immagino migliaia di donne condannate al mezzo tacco, voglio una soluzione onorevole: “Quindi?”

“Si può affermare che, per tutti i giorni la misura ideale è quella che ho già consigliato, mentre in casi più rari di partecipazioni a cerimonie o nelle festività, anche per seguire i dettami della moda e/o della vanità femminile, si può indossare un tacco alto al massimo otto centimetri. Questo ovviamente per un tempo limitato ad una giornata, poiché una misura maggiore è inutile ai fini della bellezza delle gambe o dell'aumento della statura, ed è controproducente per l'effetto dannoso sui muscoli e sulle fasce tendinee degli arti inferiori”.

Riassumendo: con tacchi più alti si rischia, si deve faticare in palestra e per giunta pare che non ne giovi neppure la statura...

Fashion victim del tacco tento una sfacciata contrattazione: “Professore, facciamo un tacco otto per ogni situazione e nove per le feste?”

“No, facciamo al massimo un tacco otto limitato a una giornata…”.

“Nove per un’occasione?”

“Otto, per l’eccezione…”

Diamogli retta, di questi tempi bisogna aver spina dorsale per campare tranquille.

Cristina Giorgetti
 
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