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KUBU ISLAND
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Lunedì 02 Novembre 2009
TAGS: viaggi
Uno degli splendidi alberi Kubu Island
Uno degli splendidi alberi di Kubu Island

“Vacanza in Africa?” Spesso prima di partire per un viaggio mi viene fatta questa domanda, con un leggero tono di incomprensione. Per coloro che non l’hanno mai visitato, questo continente è spesso associato a povertà, fame, governi instabili e terribili malattie tropicali. Un’altra connotazione negativa è la presunta difficoltà nei rapporti sociali con la popolazione africana, creata dal conflitto razzista dopo aver vissuto l’esperienza coloniale.
Non è del tutto sbagliato: guerre, malattie e alta mortalità sono a portata di mano. I Paesi fra i più ricchi del mondo di risorse minerarie si rivelano anche fra i più poveri di democrazia, in una situazione di assoluta mancanza di progresso tecnologico. Paradossalmente proprio in Africa si trovano enormi giacimenti di materie prime necessari per tale progresso: cobalto, diamanti, uranio, manganese, zinco, smeraldi, oro, argento, malachite, stagno, cadmio, tungsteno, radio, germanio, e molto altro.
Un'altra domanda è :“Perché?” invece di sdraiarsi al sole, come si farebbe in una “vera” vacanza, leggendo un bel romanzo e aspettando le ore serali per abbandonarsi alla musica e alla danza, si fanno centinaia di chilometri in macchina per raggiungere un luogo dove la parola albergo probabilmente non è ancora stata introdotta nel vocabolario? “Perché?” portarsi dietro bagagli pesantissimi che non contengono gli vestiti da sera, il trucco e i tacchi a spillo ma l’attrezzatura da campeggio, tende, sacchi a pelo e tutto il necessario per sopravvivere lontano da un supermercato?
A volte mi faccio giustificare dalle foto portate al ritorno del viaggio, anche se in realtà non rendono tutta la bellezza dei pochi giorni vissuti nella natura selvaggia.
Questo misterioso continente porta il fascino del contatto con la natura vergine della mano dell’uomo. Le foreste impenetrabili, la sabbia dorata dei deserti, le spiagge bianchissime e la fauna lussureggiante, questo è l’Africa. Nessun altro continente include una gamma di colori così vasta: dal rosso infuocato della terra all’azzurro del cielo, dal blu dei mari al viola dei tramonti. Il ritardo nell’avvento del progresso ha conservato lo stato originale della natura, com’era in occidente decine e decine di anni fa, prima ancora che le lunghe distese delle verdi pianure venissero ricoperte e brutalizzate da tonnellate di cemento. Pochi riescono ancora a ricordare le coste del mare Adriatico oppure del mar Tirreno prima dell’invasione degli ombrelloni e degli stabilimenti, il mare che aveva ancora il profumo del mare.
Si viene trascinati  dal desiderio di buttarsi nel fiume delle emozioni che da colori, profumi e scenari ancora incontaminati sono generati, ed è per questo che, dopo un aereo e l’altro, dopo centinaia di chilometri di strade sterrate, si arriva in Africa.

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Avevo la sensazione di trovarmi in uno di quei luoghi descritti dagli scrittori di fantascienza, un altro pianeta o un’altra dimensione, dove il tempo e lo spazio sono assenti. Ero nel mezzo del nulla più assoluto. Nel momento in cui il vento si fermava e smetteva di accarezzare la poca vegetazione presente, si percepiva un vuoto assoluto, una completa assenza di vita. Pareva che anche il tempo si fosse fermato.
Nulla  si muoveva, nulla faceva rumore. A parte insetti e qualche uccello, qualunque forma di vita animale si poteva dire assente. Nulla poteva turbare quel silenzio, profondo decine di chilometri. Ed è proprio il silenzio il senso primo di quel fantastico luogo chiamato Kubu Island.
Kubu Island è una piccola isola al interno del bacino di Makgadikgadi Pan, antico lago salato ormai prosciugato da migliaia di anni, che si trova a nord est del deserto del Kalahari in Botswana.
La natura della più grande distesa di sabbia del nostro pianeta è antichissima. Circa 100 milioni di anni fa, come conseguenza della frammentazione del supercontinente primordiale, ebbe origine quel nuovo continente che chiamiamo Africa. Fin dalla sua nascita ai giorni nostri esso ha subito continui cambiamenti. Nella cosiddetta Era Glaciale avvenuta circa 5 milioni di anni fa, l’aria fredda e secca assorbì quasi il 70 per cento dell’umidità portando la scomparsa di alcuni fiumi e al prosciugamento del vasto territorio africano. Successivamente il clima si riscaldò, riportando la pioggia e l’umidità. Molta acqua giunse dunque al bacino di Makgadikgadi Pan creando così uno dei più grandi laghi di tutto il continente, vasto circa 80000 chilometri quadrati. Ma il cambiamento del corso dei fiumi ed il ritorno ad un clima più arido portarono ad un nuovo prosciugamento del lago, dando vita alla distesa di sabbia salata più grande del mondo.
Per raggiungere Kubu Island si prosegue per alcuni chilometri attraverso la salina. Inghiottiti dal deserto non si può rimanere indifferenti al panorama che tutto attorno si distende, ed un fiume di emozioni attraversa la mente: libertà, curiosità, disorientamento. Il riflesso del cielo e delle nuvole nei granelli di sabbia salata crea in lontananza una fantastica ed illusoria visione del mare, in realtà inesistente.
Dopo alcuni chilometri il paesaggio muta, e cominciano ad apparire formazioni rocciose e stranissimi alberi senza foglie, (veri stavolta): i baobab. Questo indica che la strada è giusta. Infatti Kubu Island è un isola pietrosa che ospita una vegetazione di  centinaia di baobab, alcuni davvero antichissimi, che arrivano ad avere un’età pluricentenaria.
Gli alberi, apparendo come rocce, con tronchi giganteschi che misurano diversi metri di diametro, creano un paesaggio affascinante, misterioso e decisamente irrepetibile.
Per la mancanza di qualsiasi tipo di servizi la zona è ancora poco visitata da turisti, e solo da  quelli più avventurosi e ben attrezzati. Anche se già esistono progetti da parte di alcune ditte costruttrici, che hanno in serbo progetti  per la realizzazione di campeggi ben attrezzati, la speranza, che nasce spontanea dalla visione di uno dei suoi più affascinanti miracoli, è che solo la Natura ne rimanga padrona, e che solo essa ne possa in futuro dipingere differentemente i tratti.

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Olga Gomenyuk
 
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