Carlo Cecchi: prima maestro e regista degli allievi dell’Accademia che con lui hanno tenuto un corso sul “Sogno di una notte di mezza estate”, poi anche interprete – sul palcoscenico insieme a loro – dello spettacolo frutto del corso e promosso, poi, ad allestimento “vero” presentato per la prima volta due anni fa al Festival di Spoleto. Lo spettacolo, prodotto dal Teatro Stabile della Marche, è in tour già da due stagioni e adesso al Teatro della Pergola di Firenze: tredici giovani e un grande nome del nostro teatro sono fianco a fianco sulla scena in una allestimento insieme spoglio e ricco di fantasia, di trovate e di allusioni, in cui il colore basta ad evocare un mondo (la scena è dello stesso Cecchi e di Roberto Bivona, uno dei giovani attori, i costumi sono di Sandra Cardini). Ci sono tracce, in questo “Sogno” ribattezzato semplicemente “di una notte d’estate” dalla traduzione – in verità discutibile – di Patrizia Cavalli (in endecasillabi che vogliono essere lineari e moderni), c’è un ricordo di altri allestimenti della commedia rimasti nella storia: da quello leggendario di Peter Brook a quello (meno memorabile artisticamente, ma che fece molto scalpore) dal Teatro dell’Elfo di Milano negli anni Ottanta, con musica rock e tanto ritmo e grinta. La musica non manca nemmeno qua, dalle note di “Eleanor Rigby” dei Beatles nelle scene d’amore, agli accenni di un cantato-parlato molto vicino al rap suggerito anche dagli accenti della scrittura in versi.

I giovani attori, in verità, non entusiasmano, soprattutto se in considerazione del fatto che sono usciti dalla scuola di teatro più illustre d’Italia: il migliore è certamente Luca Marinelli (Botto), che ha già il piglio e la personalità – oltre che le qualità – dell’interprete “vero”. Tuttavia la bellezza e la poesia (inquietante e sublime, perturbante e purissima, ambigua e struggente) del “Sogno” sono tali da manifestarsi in maniera irresistibile e a tratti toccante in ogni allestimento, questo compreso: le scene delle fate e dei folletti, la loro magia, e quello che Oberon, Titania, Puck e le altre creature dell’irreale dicono nelle battute di questo capolavoro raggiungono innegabilmente vertici di lirismo tra i più alti in assoluto, emozionanti, mirabili.
Apprezzabile nella sua almeno iniziale felicità di ispirazione e nella sua freschezza espressiva, lo spettacolo diretto da Cecchi è piacevole, accattivante: soprattutto nelle scene comiche, che sono di solito quelle che appaiono più invecchiate, fino a risultare spesso noiose. Merito della presenza, in queste scene, di Carlo Cecchi attore, nel ruolo di Cotogno, in mezzo al bizzarro di gruppo di personaggi, artigiani e popolani incolti che preparano la recita di un improbabile “Piramo e Tisbe” per la sera delle nozze dei duchi di Atene, Teseo e Ippolita. Tra le altre cose straordinaria – in Cecchi – la padronanza dei tempi comici, comunicata anche ai giovani compagni di scena.
Cecchi è anche Egeo, padre di Ermia, una dei quattro giovani che, tra gli inganni e di tremori del bosco, i palpiti sensuali e le confusioni notturne del cuore sarà protagonista, nell’oscurità, di un intrigo d’amore vicendevolmente profferto e respinto dall’uno all’altro dei quattro ragazzi. Un tourbillon che lascerà le due coppie, alla fine, smarrite ed esauste, sperdute come in un sogno. Di una magica, iniziatica notte di mezza estate.
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