Nell'arco dei trent'anni che la compagnia di Glauco Mauri e Roberto Sturno festeggia proprio in questo 2011, sono molti i meriti conquistati: tra questi, vi è quello di restituire alle scene, e soprattutto al pubblico che non lo conosce – ma che anche molti “addetti ai lavori” conoscono soltanto di nome – il teatro di Leonid Nikolaevic Andreev, e in particolare “Quello che prende gli schiaffi”, che Mauri (anche regista e autore di un libero adattamento) e Sturno hanno presentato prima a Firenze – al Teatro della Pergola “salvato” dal direttore Marco Giorgetti e dal Comune – e poi a Roma al Teatro Argentina. Andreev, caduto nell'oblio da almeno mezzo secolo, fu tra le due guerre (morì nel 1918) e nell'immediato secondo dopoguerra molto rappresentato, anche se la sua dura opposizione alla Rivoluzione Russa non gli ha fatto guadagnare molti favori da parte dell'establishment culturale anche occidentale. Fu però amato, tra gli altri suoi contemporanei, da Pirandello, e la visione di “Quello che prende gli schiaffi” rivela immediatamente il perché. L'irruzione dello sconosciuto protagonista nel teatro, ad interrompere uno spettacolo (di arte varia e circo) per chiedere agli artisti di poter “salire lassù” insieme a loro perché non vuole più “stare dall'altra parte”, nella vita reale, non può non ricordare i “Sei personaggi” pirandelliano. Così come il “teatro nel teatro”, la dialettica tra finzione e realtà sono elementi fondamentali della scrittura di questo dramma, che, almeno nella sua prima parte, si impone con la grandezza di un capolavoro assoluto. Un'opera addirittura folgorante per la forza e la pienezza del suo lirismo, la purezza della poesia che immerge lo spettatore nel contrasto - lancinante - tra il mondo dell’“arte”, regno dell'anima, del candore, della fantasia (surreale e semplicemente sublime il terzetto iniziale tra i clowns) e la vita con la sua cattiveria, la sua materialità micragnosa e meschina. La vita umilia spietatamente tutti, almeno tutti coloro che restano giusti e onesti: alle sue regole crudeli e ciniche vuole sottrarsi - per sempre - il protagonista sconosciuto, che estorcerà presto al capocomico Papà Briquet (un Mauri toccante, struggente, eppure mai serioso, anzi di straordinaria leggerezza) il permesso di essere, da allora in poi, solo un clown dello spettacolo, “quello che prende gli schiaffi”. E sarà questo – da lì in avanti – il suo nome, l'unico che vorrà (in realtà lo sconosciuto è uno scrittore famoso, forse un ideale “alter ego” di Andreev). Ma anche tra gli artisti, purtroppo, si riproducono le storture e le iniquità del mondo che sta fuori dal palcoscenico, come dimostra la triste parabola di Leda, la danzatrice muta, simbolo evidente di bellezza e purezza: il suo presunto padre, un conte decaduto, di fatto la vende – davanti alle anime belle del circo, che, compreso il suo innamorato, assistono impotenti – ad un uomo più vecchio e corrotto, un marchese ricco e spregevole che la vuole assolutamente per farne la sua sposa. Sempre che “Quello” non avesse in mente, a sorpresa, una mossa assurda e disperata...
Via via, il dramma perde molto della sua magia e della perfetta ispirazione iniziale (esaltata dalla regia di Mauri), cristallizzandosi in termini meno felici sulla vicenda di Leda e regalando, inoltre, spiegazioni non richieste e fin troppo precise, sulla vita anteriore del protagonista: si apprende di un rivale nobile che gli ha sottratto la moglie e gli ha rubato, plagiandola, una sua opera, non trovando però con questa doppia impostura la felicità che sperava.
Spettacolo comunque convincente, al di là di qualche tono troppo insistito nel grottesco ostentatamente lirico e folle del “Quello” di Roberto Sturno (complessivamente, però, efficace ed umanissimo, soprattutto all'inizio con la sofferenza per uno straziante destino di perdente che sceglie una impossibile ribellione alla realtà). Attorniato da uno stuolo di più che soddisfacenti attori (e attori-musicisti), il Papà Briquet di Mauri emoziona e resta nel cuore di ogni spettatore: oltre che un grande protagonista della recitazione e del teatro, l'attore marchigiano appare ormai, in ruoli come questi, un maestro di vita, che parla con gentilezza e verità assoluta.
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