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LA PSICOLOGIA DELLE FOLLE
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Sabato 10 Settembre 2011

Gustav Le Bon, psicologo nato in Francia nel 1841, fu il primo a studiare in modo scientifico il comportamento delle folle. Identificò gli elementi caratteristici che guidano i comportamenti delle folle e gli strumenti di controllo delle stesse. Le Bon identifica la massa come una grande quantità indistinta di persone che agisce in modo uniforme. Nelle parole di Le Bon si legge come l'omologazione di un’idea o di un oggetto simbolico o reale tenda a creare dei "consumatori" identici ed anonimi con comportamenti che passano da essere propri del singolo ad essere collettivi.

Gli studi di Le Bon partono dalla Rivoluzione Francese con l'esame attento dei fenomeni di massa dei moti insurrezionali, con particolare riguardo alla ferocia degli atti. La folla e la massa vengono classificate come elementi di arresto del processo evolutivo che dovrebbe procedere dall'indifferenziato al differenziato. L'ipotesi di controllo delle masse porta, infatti, ad annullare il singolo in favore della massa stessa che risulta guidata dall'istinto e dall'emotività. La logica e la ragione non trovano posto nella folla che agisce dietro la spinta di sentimenti primitivi. È interessante notare come le masse siano, per Le Bon, l'esito di un processo involutivo della coscienza e pertanto debbano essere guidate, controllate, istradate da un capo che abbia conservato una forte individualità.

La prima regola di un capo di una folla è quella di ottenere il consenso ricorrendo ai sentimenti e non alla ragione. In pratica bisogna far leva sull’emozione della gente e non sul pensiero della gente L'uomo inserito nella folla ha bisogno di illusioni e di passioni, ha bisogno di essere animato nel desiderio di credere nella volontà di appartenere alla massa per sentirsi protagonista e allo stesso tempo sicuro. Il bisogno di credere è legato alle forze primitive dell'uomo ed è sempre operante nella psiche sia essa laica o religiosa. Tutte le rivoluzioni sociali e religiose sono prodotte dalla speranza e dalla fede, la rivoluzione islamica è prodotta dagli stessi elementi prima identificati e non da quella che possiamo definire la "ragion pura".

Se andiamo ad esaminare il discorso di Osama Bin Laden dopo l'11 settembre 2001, notiamo una strategia dialettica sovrapponibile a ciò che Le Bon ha studiato nella psicologia delle folle. In particolare Bin Laden  afferma:

“Grazie ad Allah, colui che Allah guida non perderà mai. E io credo che ci sia solo un Allah...".

Tale premessa è indispensabile per agganciare la folla al concetto di fede e sentimento. Il bisogno di credere è ampiamente rappresentato e la premessa evita qualunque connotazione politica facendo riferimento esclusivamente al dogma fideistico.

Continua Osama:

"...i figli vengono uccisi e nessuno risponde alla chiamata...".

"...e ci sono bambini innocenti uccisi ogni giorno senza alcuna colpa”

"...e ogni giorno vediamo i carri armati di Israele andare a Jenin, Ramallah, Beit Jalla e altre terre dell'Islam...".

Queste frasi inserite in un proclama ben strutturato sono un chiaro esempio di come far leva sulla massa ricorrendo al sentimento. Il capo politico e religioso chiama ad agire la folla ricorrendo a preziosi alleati come il bisogno di credere, il sentimento e sopratutto la necessità di una identità dei soggetti massificati. Il principio di Le Bon, secondo cui il moderno capo politico è anche un conduttore di anime, trova una luminosa affermazione in ciò che scrive Bin Laden nel discorso post 11 settembre:

"...Io dico che questi episodi hanno diviso il mondo intero in due fronti: la fazione di chi crede e quella di chi non crede... ».

Chi crede è nel giusto, chi non crede no. Non viene specificato il significato di credere, ma si postula che solo il musulmano è nel giusto.

Questo elemento di profonda frattura determina l'istaurarsi nel mondo di due blocchi che, a differenza dei blocchi politici tra paesi sotto la sfera americana e paesi del blocco sovietico  di recente memoria storica, non determinano e non possono determinare una guerra fredda. Anzi vi è un incitamento alle masse di una guerra attiva e totale con l'aggravante che la morte del guerriero è una morte/vita, sovvertendo l'istinto di sopravvivenza della specie che diviene, invece, ricerca di immortalità dell'anima.

Il terrorismo di prima maniera presupponeva sempre una via di fuga per chi compiva gli atti; il terrorismo politico doveva, infatti, salvaguardare due elementi, il numero esiguo di uomini e le risorse logistiche e materiali dello stesso gruppo terroristico. Impedire la cattura di uomini diveniva, di conseguenza, una priorità assoluta. Il terrorismo di matrice suicida ha risolto brillantemente i due elementi e particolarmente il rischio legato alla cattura degli uomini con la conseguente possibilità di rivelazioni di segreti della struttura. Il kamikaze è l'arma ideale per compiere, oggi, attentati senza rischiare di rivelare segreti; infatti il terrorismo islamico, disponendo  di un numero rilevante di uomini determinati ideologicamente o più spesso profondamente indottrinati da tecniche sofisticate di mind control, può permettersi di sacrificare uomini senza per questo intaccare la sua potenzialità letale. Il nuovo capo religioso fondamentalista moderno non deve imporre le idee tramite il principio di autorità o tramite il puro dominio della forza, deve semplicemente cogliere i desideri e le aspirazioni della massa e ancor più importante rappresentare le esigenze di riscatto della folla.

L'esame dei proclami dei capi fondamentalisti obbediscono sempre a queste regole, quasi come se si fosse attinto a piene mani da quanto descritto nell'opera di Gustav Le Bon. Nell'approccio con i paesi islamici un errore degli analisti strategici e politici occidentali è stato quello di negare i fattori religiosi, proiettando su scala globale una immagine di una società occidentale portata a vedere la fine della religione. Un tale errore è oggi ulteriormente confermato dal «ritorno del sacro» che caratterizza la nostra epoca post-moderna.
Il capo religioso fondamentalista deve di fatto mantenere la massa nell'ambito di contorni di una scena onirica utilizzando quello che definiamo mito. Il mito è sempre adatto a catturare la folla dal punto di vista emotivo e, considerando i postulati di Le Bon sulla regressione della folla agli stadi primitivi dell'organizzazione umana, il mito rappresentando l'elemento arcaico sempre desiderato e presente nell'uomo, si coniuga perfettamente con la strumentalizzazione della massa.

Esaminando le cronache attuali, occorrerà allora rilevare come il capo fondamentalista si ponga come una figura messianica capace di realizzare i desideri delle folle, divenendo egli stesso un oggetto di identificazione. Le numerose foto che accompagnano i cortei islamici, le bancarelle che portano immagini di vari capi religiosi non sono altro che la strategia di identificazione tra singolo – massa – leader religioso.

Altro elemento utilizzato consiste nel suscitare la partecipazione entusiastica e volontaria all'idea religiosa/sociale del leader: l'imitazione del capo diviene, allora, un elemento di coesione ulteriore. La vita di un singolo appartenente alla massa è sempre sacrificabile per realizzare il progetto ideologico-religioso, ed ecco che il martirio rappresenta il più alto livello a cui ambire nella vita.

Le Bon affermò che per un capo proporre una missione di vita ai suoi sottoposti, proporre uno scopo, anche irrealizzabile, riattiva energie intorpidite. Traslando ciò in quello che sta accadendo nel mondo islamico non ci deve meravigliare il principio della “sacrificabilità” in cui la morte volontaria per una causa viene considerata, in modo deviante, come la più grande delle virtù. Se qualcosa preoccupa i terroristi islamici è il rischio che il loro gesto sia classificato come suicidio e non come martirio, per cui vanno ansiosamente alla ricerca di fatava (Senenza pronunciata da un Imam), ovvero di autorità religiose islamiche disposte a rassicurarli sulla valenza del loro gesto come martirio e non come suicidio. Tutto ciò si può definire una truffa delle anime, poiché il gesto terroristico è vissuto come gesto religioso, ma in realtà affonda la sua natura e programmazione in una astuta pianificazione da parte di chi di religioso non ha veramente niente, ma è un profondo conoscitore della tecnica di manipolazione delle masse.
Possiamo vedere in questo contesto il terrorista suicida come un ingannato, un truffato nei valori propri che sacrifica per realizzare un progetto che solo ingannevolmente è un progetto del popolo. Più si alimenta il disagio di un popolo più facilmente si può inserire un leader che, sfruttando la psicologia delle masse, determini atti di terrorismo fondamentalista.

Gli attacchi terroristici prima di accordi tra fazioni o popoli su politiche sociali e geografiche devono essere viste proprio in quest'ottica. Per un leader terrorista un accordo rappresenta un fallimento, in quanto cessa uno dei principi della psicologia delle folle e cioè l'avverarsi del desiderio della massa. In pratica il leader terrorista deve vivere e far vivere la massa in un perenne stato onirico tra desiderio e realizzazione senza mai, però, arrivare alla soddisfazione delle aspirazioni. È un gioco dove l'illusione risulta sempre più importante della realtà e dove solo la cultura della conoscenza individuale può essere efficace strumento contro la cultura distorta del fondamentalismo.

Una ulteriore analisi della correlazione con la psicologia delle folle di Le Bon riguarda il fenomeno della immigrazione  clandestina dai paesi di matrice islamica verso l'Italia come porta di ingresso dell'Europa. In buona parte gli emigranti approdano alle coste italiane prevalentemente in Sicilia come destinazione di transito dei flussi che provengono dal nord Africa. I dati relativi al 2006 evidenziano l'arrivo in Sicilia di 12.102 clandestini con tendenza in aumento, 20.445 arrivi nel 2007 e nel 2008 36252 immigrati clandestini.

Tali dati, uniti al costo che questa gente deve sostenere per arrivare nel nostro paese, è suggestiva di analisi: il prezzo che un immigrato deve sborsare varia tra i 1500 e i 4000 euro. Il traffico è gestito da organizzazioni criminali che si avvalgono di intermediari in rapporto con il pese di transito o partenza. Nell'ultimo periodo gli sbarchi hanno subito un cambiamento nel metodo in quanto vengono usate imbarcazioni di piccole e medie dimensioni, non in grado di sostenere lunghe percorrenze.

I due dati relativi al prezzo che pagano i clandestini e il tipo di imbarcazione usata con tutti i relativi rischi fanno pensare ad un vero e proprio progetto strategico. La somma di 4000 euro, con la media di 2000 euro, considerando il prezzo minimo e massimo richiesto in un paese appartenente all'area nel nord Africa o ad un paese africano, è una cifra enorme che permetterebbe, se usata in loco, di aprire una attività commerciale o vivere per un periodo congruo con un tenore di vita alto.

La domanda è cosa spinge una persona che dispone di un capitale che rapportato al luogo di origine si può definire medio/alto a dissiparlo totalmente per un viaggio che non garantisce nulla, nemmeno di essere portato a termine in vita? Il flusso di immigrati clandestini presuppone una organizzazione imponente che regola, stabilisce modalità organizzative e contatti con una logistica imponente che non può passare inosservata.

Eppure contrastare il fenomeno è molto difficile e i sistemi di monitoraggio risultano inefficaci, tanto e vero che piuttosto che di immigrazione clandestina si può parlare di immigrazione continua. Quante sono le organizzazioni che trafficano in uomini? Chi sono i capi delle organizzazioni, quali sistemi adottano? Come eludono i controlli e soprattutto quali relazioni hanno con i paesi di transito o di partenza? Consideriamo anche che dietro il traffico di esseri umani vi è uno studio attento delle coste e degli approdi per poter programmare gli sbarchi in modo efficace.
Il sistema di traffico di clandestini è un sistema complesso che presuppone una organizzazione potente con capacità di marketing e persuasione che trova parecchie analogie negli studi sulla psicologia delle folle di Gustav Le Bon, in particolare nel passo del testo in cui afferma : “in un sistema totalitario il potere non viene detenuto esclusivamente con la violenza ma è frutto di una reciproca contrattazione tra il capo e le masse dominate”. 

Circoscrivere il campo delle scelte è un sistema di persuasione efficacissimo e portare la massa a rifiutare il proprio futuro nella terra di origine determina la scelta dell'emigrazione verso altri paesi. I sogni, le aspettative, i modelli in cui identificarsi vengono utilizzati come strumenti di controllo di massa, fino a spingere la folla di coloro che poi saranno clandestini a voler migrare per migliorare le proprie condizioni di vita.

Tutto questo nonostante la realtà sia ben diversa, fatta di insuccessi, pericoli per la propria vita, enormi difficoltà di integrazione sociale e lavorativa. Il clandestino non ha alternativa, o meglio non gli viene prospettata l'alternativa, e sotto false spinte culturali finisce con l'accettare come futuro la migrazione senza alcuna garanzia di successo. Il tutto facendo leva sulla condizione di disperazione in cui vive che può divenire in realtà, se giunge nel paese di destinazione, difficoltà di integrazione, rifiuto delle norme vigenti, frustrazione vitale e sociale.

La possibile conseguenza della difficoltà di integrazione è il crimine nelle sue complesse varietà che può arrivare anche all’estremo alla costituzione di cellule terroristiche silenti che ad un preciso ordine si possono attivare. Dove intervenire per evitare tutto questo o ridurne la portata? All'inizio o alla fine della complessa catena del fenomeno migratorio, cioè promuovendo tutte quelle attività che rendono il paese di origine migliore, determinando prospettive di lavoro valide ed efficaci, evitando o riducendo le cause di disgregazione sociale e tradizionale e combattendo l'instabilità politica e la violazione dei diritti umani.
Questo per quanto riguarda il paese di origine del migrante, per ciò che interessa il paese di destinazione, invece, una volta avvenuta l'immigrazione il lavoro su cui concentrarsi è l’integrazione secondo un processo attivo e progressivo di partecipazione attiva alla vita del nuovo paese, considerando, tuttavia, che se un soggetto emigrante si trova a contatto con una cultura nuova tende ad integrarsi naturalmente nel sistema, ma se più soggetti emigranti si trovano a vivere insieme in contesti ambientali e sociali comuni, tendono ad integrarsi tra loro e non nella nuova società creando così dei sistemi chiusi di non coabitazione e generando di fatto conflitti e crimini transculturali.

Solo intervenendo nelle due aree dell'emigrazione clandestina e cioè lo sviluppo sociale e principalmente culturale nel paese di origine e la modifica del sistema di accoglienza con nuovi modelli di integrazione nel paese  destinazione, si può contribuire alla soluzione di un problema che altrimenti rimane affidato soltanto all'emergenza umanitaria.

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Dott. Vincenzo Savatteri, Dott. Vito Di Franco
 
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