
Il Nord della Spagna serba tra le sue montagne che si riflettono sull'Oceano Atlantico una miriade di tesori, siano questi grandi e placide città con strade che si srotolano dai promontori verso il mare o minuscoli borghi medievali che, arroccati tra le alture, conservano intatto il loro patrimonio. Ma quel che cela la Cantabria, in quel lembo di terra tra i Paesi Baschi e le Asturie è un tesoro tanto prezioso quanto delicato: antri oscuri e umidi che sebbene siano così inospitali per l'uomo moderno, erano dimore accoglienti per le famiglie dell'uomo preistorico e rifugio sicuro per il letargo degli animali. Qui si possono leggere sulle pareti di pietra le prime tracce d'arte prodotta nella storia dell'umanità.
La Grotta di Altamira contiene preziosissime testimonianze pittoriche realizzate tra i ventitremila e tredicimilacinquecento anni fa, ossia in quei periodi noti come Solutreano e Magdaleniano.
Scoperta per caso nel 1879 da Marcelino Sanz de Sautuola (1831-1888), erudito con la passione per la paleontologia, la grotta era stata dimenticata da più di diecimila anni, avendo un crollo ostruito l'ingresso principale.
Oggi la caverna originale non è visitabile per ragioni conservative, ma nel 2001 ne è stata aperta la fedele ricostruzione, opera di Manuel Franquelo e Sven Nebel cui si accede dall'edificio del museo di Altamira.
Un video introduce il visitatore all'esperienza della caverna, mostrando come probabilmente si sia svolta la vita nell'atrio della grotta. Successivamente, un percorso in discesa tra pareti di pietra ricostruite fin nei dettagli – con annesse tenere goccioline di condensa - guida fino alla sala delle policromie che è stata definita come la “Cappella Sistina della Preistoria”: una strada volutamente tortuosa che ad ogni curva arricchisce la visita con riproduzioni di scavi archeologici effettuati per studiare le stratificazioni del terreno con conseguente rinvenimento di utensili e vari resti ascrivibili ad epoche diverse, e una interessante ricostruzione dell'atelier di quegli antichi artisti: bastoncini di carbone e ocra o ematite raccolte nella concavità di conchiglie, nonché ossa e bastoncini appuntiti per incidere la pietra.
Il “Grande Soffitto” dipinto è popolato da un branco di bisonti in posizioni diverse, due cavalli, un grande cervo e quello che sembra essere un cinghiale. Una manifesta volontà di realismo permea queste pitture, dato che la tridimensionalità dei corpi degli animali è ottenuta stendendo il colore sulle protuberanze naturali della roccia. Per raggiungere l'effetto di un maggior realismo questi artisti ricavavano diverse tonalità di colore mediante la diluizione delle terre che utilizzavano, restituendo un mirabile chiaroscuro. Il branco di bisonti che occupa la parte centrale e più estesa della caverna ed è stato datato al periodo Maddaleniano (tra i 16.500 e i 14.000 anni fa). Si tratta dunque di una testimonianza più recente rispetto alle pitture realizzate lungo la parete destra, un po' più nascosta nella stessa sala, risalenti al Solutreano (circa 18.500 anni fa). Capre e cavalli di dimensioni ridotte rispetto alle figurazioni successive sono affiancati da commoventi impronte di mani, sia in positivo che in negativo, forse i primi autoritratti della storia.
La vera caverna non è più visitabile, sigillata dietro imponenti cancelli che preservano gelosamente quel che rimane di quelle incredibili pitture.

In questo senso il complesso di Altamira è un interessantissimo luogo di studio della storia della fruizione. È una storia che data non più di centocinquanta anni, cioè da quando Marcelino Sanz de Sautuola scoprì per primo le pitture (sua figlia Maria aveva avvistato l'entrata solo in seguito alla caduta di un albero che la ostruiva) fino al 2008, quando si decise per la chiusura definitiva all'uomo con l'eccezione dei ricercatori che lavorano nell'istituto museale.
Gli appunti dello studioso, le numerose lettere cariche di entusiasmo indirizzate ai colleghi di tutto il mondo sono conservate in bacheche all'interno del museo. Queste raccontano di quanto l'emozione della scoperta abbia ceduto presto il passo alla delusione causata dalla diffidente cautela degli stessi colleghi: le visite alla grotta si moltiplicarono di lì a poco, ma l'eccezionale stato di conservazione, i colori ancora brillanti delle pitture avevano generato sospetti di falsificazione nei confronti di de Sautuola. Solamente quattordici anni dopo la sua morte, nel 1902, riconosciuto il valore storico di tale scoperta e la sua conseguente portata culturale, la comunità scientifica dell'epoca stabilì un serrato calendario di ricerca che non ha ancora conosciuto una fine.

Tra gli anni sessanta e settanta si assistette ad un vero e proprio boom di visite: il sito fu modificato per accogliere un maggior numero di persone; fu scavata una nuova entrata, venne realizzato un percorso di visita abbassando di fatto il livello del suolo nella caverna e vennero installate delle putrelle metalliche per ovviare a possibili cedimenti strutturali.
Una tale concentrazione di visitatori causò un repentino innalzamento della temperatura interna e del tasso di umidità, senza contare che all'epoca era consentito fumare un po' ovunque: cinema, scuola, teatri e, purtroppo nemmeno i musei venivano risparmiati. Le pitture presero a sparire a causa dell'incremento di anidride carbonica costringendo la soprintendenza ad una prima chiusura del sito già nel 1971.

Altamira non ha solo un valore storico e artistico per sé, ma la scoperta delle pitture rupestri ha avuto un'enorme e forse anche una determinante influenza nella produzione artistica del Novecento. Basti pensare ad una celebre affermazione attribuita a Pablo Picasso (1881-1973), che dall'arte primitiva attinse a piene mani, che recita “after Altamira, all is decadence”, “Dopo Altamira, tutto è decadenza”.
La costruzione della “Nueva Cueva” ha quindi il pregio di restituire all'umanità un saggio della preziosa produzione artistica dei suoi antenati questa volta in maniera indelebile sebbene in forma di surrogato, nell'attesa (e nella speranza?) che l'uomo, ancora una volta, possa trovare il modo di preservare quelle testimonianze e di permettere in futuro di ammirarle dal vivo.
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