EDUCAZIONE ALL'AMBIENTE
Lunedì 25 Luglio 2011
Egidio e Giuseppe
Se da una parte il progresso tecnologico, con una esasperata, quanto disumana, accelerazione, ci proietta nello spazio e ci dà l’illusione dell’onnipotenza, il mancato progresso culturale, civile e sociale ci riporta alle epoche più oscure della storia dell’umanità e ci presenta tutte le debolezze e le drammatiche incoerenze del nostro sistema sociale in cui permangono antichi, irrisolti problemi.
Uno di questi è rappresentato dal complesso sistema carcerario con tutto ciò che concerne la detenzione e la riabilitazione. In relazione a questo, meritano grande attenzione e rispetto encomiabili iniziative come quella nata a Firenze all’interno dell’Istituto Mario Gozzini, il primo a livello nazionale a sperimentare, nel 1989, un modello di custodia attenuata, di trattamento prioritario alla custodia Si tratta, in questo caso, del “Progetto di educazione ambientale” che ha coinvolto vari soggetti, oltre alla Provincia di Firenze, la società Quadrifoglio, l’Arci di Firenze, l’”Associazione Amici della Zecca”, presieduta da Marcello Bartalucci e Pierdomenico Naselli operatore Arci. Con i suoi “Amici”, sul Lungarno della Zecca, di fronte allo storico edificio, in un’area che ha avuto negli anni varie destinazioni (foto), rimasta infine in uno stato di degrado, Bartalucci ha dato vita ad un’oasi felice, con un chiosco, nel verde, sulle rive del fiume, meta preferita di chi vuole trascorrere serenamente e al fresco delle ore di pace e tranquillità. Ma questo è anche un punto di riferimento per chi, in stato di semi-libertà o dopo un periodo di detenzione, è alla ricerca di una occupazione di cui - necessariamente – dipendono la riabilitazione e il reinserimento nella società esterna, una volta scontata la pena. Una pena che in molti casi, di fatto, non si finisce di scontare.
Uno di questi è rappresentato dal complesso sistema carcerario con tutto ciò che concerne la detenzione e la riabilitazione. In relazione a questo, meritano grande attenzione e rispetto encomiabili iniziative come quella nata a Firenze all’interno dell’Istituto Mario Gozzini, il primo a livello nazionale a sperimentare, nel 1989, un modello di custodia attenuata, di trattamento prioritario alla custodia Si tratta, in questo caso, del “Progetto di educazione ambientale” che ha coinvolto vari soggetti, oltre alla Provincia di Firenze, la società Quadrifoglio, l’Arci di Firenze, l’”Associazione Amici della Zecca”, presieduta da Marcello Bartalucci e Pierdomenico Naselli operatore Arci. Con i suoi “Amici”, sul Lungarno della Zecca, di fronte allo storico edificio, in un’area che ha avuto negli anni varie destinazioni (foto), rimasta infine in uno stato di degrado, Bartalucci ha dato vita ad un’oasi felice, con un chiosco, nel verde, sulle rive del fiume, meta preferita di chi vuole trascorrere serenamente e al fresco delle ore di pace e tranquillità. Ma questo è anche un punto di riferimento per chi, in stato di semi-libertà o dopo un periodo di detenzione, è alla ricerca di una occupazione di cui - necessariamente – dipendono la riabilitazione e il reinserimento nella società esterna, una volta scontata la pena. Una pena che in molti casi, di fatto, non si finisce di scontare.

Sempre qui, sulla riva destra dell’Arno, si è tenuto a battesimo il momento finale del “Progetto di educazione ambientale”, primo in Italia sviluppato in un istituto di custodia, sull’educazione alle tematiche ambientali. Alla presenza di Alberto Bresci, Responsabile politiche sociali marginalità di Arci Firenze, Gianni del Giudice, operatore Arci, erano al lavoro i ragazzi dell’Istituto intitolato al padre della legge che riconosceva in pieno il valore dell’aspetto rieducativo – piuttosto che punitivo – della pena.

(nella foto Egidio e Giuseppe)
Egidio, Marco, Giuseppe sono alcuni dei più o meno giovani che hanno appreso durante il corso tutto ciò che di fondamentale riguarda l’educazione alla tutela dell’ambiente a cominciare dalla raccolta differenziata e, sotto il sole di luglio, con tutta l’energia e la buona volontà, hanno lavorato per ripulire questi terreni scoscesi che chi di rispetto dell’ambiente non sa niente ha imbrattato con ogni sorta di rifiuti.
“Per noi è importante ‘uscire’ facendo lavori socialmente utili come questo anziché stare in carcere – dice – Egidio. “Facciamo questo con piacere, ci sentiamo tornati alla vita. E’ una cosa molto utile: è giusto che le persone abbiano la possibilità di riscattarsi facendo del bene. Per noi dell’Istituto Gozzini è importante trovare il sistema di una reintegrazione. Vorremmo rientrare a far parte della società ”.

(in questa foto Marco)
“Quando finisce il periodo di carcerazione – spiega Marco – siamo allo sbando: andiamo incontro a un’infinità di problemi. Dobbiamo affrontare pregiudizi di ogni tipo, nessuno ci permette di lavorare e finiamo con l’abbatterci”.
“Se non ci viene data la possibilità di sentirci vivi lavorando, ci sentiamo esclusi – spiega Giuseppe – abbiamo fatto degli sbagli ma vorremmo ora sentirci nuovamente responsabili e avere la possibilità di ricominciare”.
Per qualcuno, come fa notare Egidio, l’unica possibilità è il lavoro “nero”, mentre per gli ex tossicodipendenti, decorsi i tempi previsti di copertura assistenziale, non vi è più quell’indispensabile – a volte unico - sostegno. “Noi del ‘Gozzini’ siamo fortunati – dice Egidio – siamo più ascoltati degli altri, abbiamo l’opportunità di frequentare dei corsi all’interno, credono nel nostro reinserimento, fanno di tutto per darci delle opportunità. Siamo contenti di questo. Dopo i quarant’anni è difficile trovare lavoro, soprattutto per un ex detenuto”.
“Ci sono le case-famiglia, dopo la scarcerazione – racconta Giuseppe – e la ricerca del lavoro. Io ho un a famiglia ma, di fatto, è come se non l’avessi”.
“Per molti di noi – dice Marco – ci vuole veramente poco per tornare sulla ‘cattiva’ strada. Io avevo chiesto aiuto al Sert ma non l’ho ottenuto perché non sono più un tossico: ma c’è gente che ci ricasca anche dopo vent’anni”. “…a volte ci si ‘butta’ sulla droga, sull’alcol”, prosegue Giuseppe. “Cerchiamo di farci forza ma se non abbiamo niente da fare – spiega Marco – finiamo col rientrare nel solito giro: basta cedere una volta”.
“Su di me, chi mi conosceva, faceva le scommesse su quanto sarei andato avanti riuscendo a rimanere fuori dal carcere” dice Giuseppe. Ci sentiamo esclusi, soli e di conseguenza – conclude - andiamo a cercare l’amico che era in carcere con noi...”.
Copyright Myauroratag - Aurora - The World Wide Interactive Journal 2011
Vietata la riproduzione di qualsiasi contenuto
MULTIMEDIA
Nessun media collegato






