
Attore, regista, organizzatore, ma soprattutto direttore artistico (e fondatore) del Festival Internazionale del Teatro Romano di Volterra: Simone Migliorini è riuscito – anche per il 2011 – a varare (per il nono anno) un programma di alta qualità per questo festival, che tuttavia non ha nulla a che fare con Volterrateatro - interamente dedicato al teatro di ricerca - ma che ha tradotto ormai stabilmente in realtà quello che era il progetto di Vittorio Gassman, quando fondò nel 1987 lo stesso Volterrateatro: sfruttare il fascino “storico” e monumentale della città etrusca e soprattutto ridonare vita al Teatro Romano, riportato alla luce negli anni ’50.
“C’era un progetto di restauro, negli anni ’80, che prevedeva il recupero rapido del Teatro Romano. Addirittura, era già stata fissata una data precisa per la riapertura, che sarebbe avvenuta con uno spettacolo classico diretto da Maurizio Scaparro e interpretato da Irene Papas. Durante i lavori di restauro, però, furono registrati dei problemi di smottamento alla cavea, e tutto sembrò arenarsi, irreparabilmente”.
Ma voi ora utilizzate il Teatro come luogo di spettacolo…
“Sì, però, noi sfruttiamo come spazio quella che era l’antica palestra, con il teatro vero e proprio e le sue gradinate che fanno da scenografia. In ogni caso, l’area archeologica di Volterra è tornata a vivere, e ad essere utilizzata, dopo 2.000 anni, come luogo teatrale”.
Lei, Migliorini, si vanta – quasi – di riuscire ad allestire il festival con una cifra bassissima: poche decine di migliaia di euro per tre settimane di spettacolo. Ma non è un problema di tutti, quello dei tagli ai contributi e ai finanziamenti?
“Per noi, però, i problemi esistono ancora di più che per gli altri. Il budget del nostro festival è in diminuzione costante a dispetto della sua qualità e anche dei riconoscimenti che riceve, dall’Unesco come dagli addetti ai lavori, per arrivare alla recente assegnazione della Medaglia della Presidenza della Repubblica. Evidentemente scarseggia la volontà anche politica di sostenerci, nonostante i nove anni di vita e i venti di attività della nostra compagnia sul territorio di Volterra”.
Al di là delle produzioni, siete anche una delle rarissime ‘piazze’ teatrali toscane in cui possono trovare spazio, in estate, quelli che una volta si chiamavano spettacoli di giro: quelli, diciamo così, di teatro più tradizionale. Nella nostra regione, ci siete solo voi e La Versiliana di Marina di Pietrasanta, perché gli altri festival sono rigorosamente consacrati all’avanguardia…
“Per formazione teatrale, io e io miei collaboratori ci troviamo più vicini a quello che è un repertorio di prosa legato alla poesia, e al predominio della parola. Il che non significa che anche questo genere di teatri non possa risultare assolutamente contemporaneo. Ma c’è da dire poi che – con il massimo rispetto di tutti – la location del festival, dal Teatro Romano a Volterra stessa con il suo fascino antico, plurimillenario, sembrano più in linea con un repertorio quale quello del Festival nostro”.
Un fiore all’occhiello della vostra manifestazione – pienamente inserito nel cartellone – è il Premio “L’ombra della sera”, che va ogni anno a grandi protagonisti dello spettacolo e della cultura. Come è nato?
“Deriva da un precedente riconoscimento, che – sempre nel nome dell’”Ombra della sera”, era una sorta di cittadinanza ad honorem. Poi è diventato il Premio che viene conferito da una giuria di grande prestigio. Da quest’anno, la cerimonia si svolgerà proprio al Teatro Romano. L’”Ombra della sera”, questa celebre, affascinante, misteriosa statuina etrusca in bronzo, è un po’ il simbolo di Volterra: con la sua bellezza, e anche con la sua sorprendente modernità, è un segno ideale per fare da riconoscimento a chi merita di essere segnalato per l’attualità, il valore, l’intensità del suo lavoro artistico”.
Le ultime domande sono per Simone Migliorini regista (e attore). Il suo spettacolo Quel 29 agosto a Macheronte – Salomè di Oscar Wilde è una libera reinterpretazione o una lettura del fedele del testo del grande scrittore inglese?
“Noi rispettiamo assolutamente il testo di Wilde, in cui sono inserite solo alcuni versi di Garcia Lorca o di Saffo: ma solo, quasi, come preziose citazioni poetiche. Il dramma è quello. E vogliamo restituire la forza, l’istintività di questa vicenda, in cui in fondo l’autore rispecchia il suo stesso turbamento. Di fronte alle possibili conseguenze dell’eros, della sua identità sessuale particolare che lo poteva – come infatti accadde – portare alla rovina. E come porta alla rovina Salomè. Ma la stessa forza, istintività le colgo anche sul versante della fede, di un credere assoluto di cui è simbolo Giovanni-Jokanaan. In fondo la religione e l’eros hanno molto in comune…”
Niente climi estetizzanti “alla Wilde”, quindi?
“No. È il rischio che si profila per chiunque metta in scena Salomè. Ma per me in questo dramma Wilde dichiara guerra proprio a quell’universo mondano ed elegante, dei salotti e dell’ambiente culturale, di cui pure era partecipe lo stesso autore, a Londra e non solo”.
L’ambientazione è antica o moderna?
“Siamo partiti da un clima alla Eyes Wide Shot di Kubrick. Come se fossimo in una discoteca, in un locale notturno, in un party privato dove uno stuolo di persone ricche o aristocratiche si mascherassero dai personaggi della corte di Erode, da Erodiade o Salomè. È un gioco di teatro nel teatro, e anche i costumi partono da quest’idea che ci riporta ai nostri giorni”.
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