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IL CLIMA SECONDO LE ISTITUZIONI
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Domenica 28 Novembre 2010
Surriscaldamento globale, inquinamento, disastri ecologici; l’imminente esaurimento delle risorse, la protezione del patrimonio forestale, marino e della biodiversità naturale. Sono questi i fatti che, negli ultimi quarant’anni, hanno portato la comunità internazionale a sentire la necessità di definire una politica ed una regolamentazione giuridica in materia di difesa e conservazione dell’ambiente.

Tuttavia, nonostante la consapevolezza dei rischi del riscaldamento globale sia ormai cresciuta nelle popolazioni che sono in più immediato pericolo e, nonostante i politici sappiano cosa significhi e soprattutto cosa comporti superare di 2 gradi centigradi la temperatura media del mondo rispetto all'epoca preindustriale, ad oggi, gli sforzi fatti ed i risultati ottenuti sembrano davvero pochi.

La presa di coscienza a livello globale ed istituzionale delle problematiche riguardanti il pianeta risale al lontano 1970. Con la spinta delle richieste poste dai primi gruppi ambientalisti, nati fra scienziati e critici, il governo americano aveva istituito l'EPA (Environmental Protection Agency), di fatto la prima agenzia dedicata alla protezione ambientale dotata sia di poteri istituzionale che di una capacità tecnica science - based; gli altri paesi sviluppati avrebbero di fatto seguito uno dopo
l'altro, fino all'istituzione dell'ANPA in Italia, soltanto nel 1994.

Constatata la necessità di definire, gradualmente, anche a livello mondiale, una politica ambientale ed una regolamentazione giuridica ad essa ispirata, e considerata anche l'insufficienza delle misure ambientali end-of-pipe (misure che intervengono a posteriori), si tiene a Stoccolma, nel giugno del 1972, la Conferenza delle Nazioni Unite sull'Ambiente Umano (UNCHE, United Nations Conference on Human Environment). Questa data segna l'inizio di una reale presa di coscienza a livello globale ed istituzionale dei problemi legati all'ambiente, in cui l’argomento è infine posto
all’ordine del giorno. L’attenzione è focalizzata sulla protezione dell’ambiente naturale come condizione essenziale per lo sviluppo delle popolazioni umane attuali e delle generazioni future. La Conferenza si concluse con la stesura di un documento noto come Dichiarazione di Stoccolma che consisteva in una raccolta contenente 26 Principi e Raccomandazioni (non giuridicamente vincolanti) per "ispirare e guidare i popoli del mondo nella conservazione e nel miglioramento dell'ambiente umano". Si pone l’accento sui problemi ambientali e sulla loro soluzione, senza
tuttavia dimenticare gli aspetti sociali, economici e quelli relativi allo sviluppo stesso. È da ricordare, ad esempio, il famoso Principio 21, riguardante le responsabilità di uno stato per azioni che avessero effetti nocivi sul territorio di altri stati (effetti transfrontalieri), principio che sarebbe stato successivamente accolto in molte convenzioni specifiche, o ancora il parere espresso a riguardo di alcuni aspetti delle attività umane, condannando in particolare i test sulle armi nucleari,
esortando le nazioni ad abbandonarli in quanto fonti di ulteriore inquinamento dell’ambiente.

Si cominciava a comprendere come non si trattasse soltanto di portare avanti una lotta all'inquinamento, ma soprattutto l’importanza della responsabilità delle azioni di ognuno (nazione o singola persona), nei confronti della vita e del mondo. Ma nonostante l’impulso dato a Stoccolma, negli anni ’80 emerse la consapevolezza che quanto fatto non era bastato a prevenire una nuova generazione di problemi ambientali, riguardanti soprattutto radicali alterazioni del sistema planetario globale, come il depauperamento dello strato di ozono stratosferico ed i primi sintomi di un possibile cambiamento climatico. Si erano poi verificate alcune vere e proprie catastrofi ecologiche di carattere chimico, come a Bophal (1984) in India, e di carattere nucleare a Chernobyl (1986) in Ucraina, con seguenti effetti radiologici ed ecologici transfrontalieri. Inoltre motivazioni di carattere economico, sociale e politico, come la questione delle iniquità tra nord e sud in termini
di povertà e sfruttamento delle risorse naturali, portavano alla necessità, ma anche alla difficoltà, di un ulteriore negoziato internazionale.

Nel 1988 viene istituito l’Intergovernmental Panel on Climate Change (Gruppo Consulente Intergovernativo sul Mutamento Climatico, IPCC) allo scopo di “stilare valutazioni aggiornate delle informazioni scientifiche, tecniche e socio-economiche rilevanti in materia di mutamenti climatici, impatto, adattamento e mitigazione”. Il primo “rapporto di valutazione”redatto dall’IPCC, risalente al 1990 con un successivo aggiornamento al 1992), è stato il riferimento principale per i negoziati preparatori della “Convenzione Quadro sui cambiamenti climatici”. Il documento, elaborato su basi scientifiche, evidenziò per la prima volta la stretta correlazione tra le emissioni dei gas-serra antropici ed il cambiamento climatico. A Rio de Janeiro, nel 1992, durante il Summit della Terra, esso costituirà la base per i negoziati che porteranno alla Convenzione Quadro sui Cambiamenti Climatici (United Nations Framework Convention on Climate Change, UNFCCC) che, sottoscritta sempre a Rio da 154 Paesi più l'Unione Europea nello stesso ‘92, entrerà in vigore solo nel marzo 1994. La “Convenzione” aveva l’obiettivo di promuove interventi a livello nazionale e internazionale al fine di stabilizzare le concentrazioni di gas-serra e proteggere il sistema climatico; essa, tuttavia, non comportava un impegno vincolante, ma solo un impegno di massima, per i Paesi industrializzati, a riportare entro il 2000 le proprie emissioni di gas-serra ai livelli del 1990 (anno base).

Dal 1995 tutti i Paesi firmatari si sono incontrati annualmente in occasione delle cosiddette Conferences of Parties (COP), con l’obiettivo di valutare le azioni intraprese e gli impegni da assumere, alla luce dei rapporti periodici dell'IPCC.
Un' importante svolta politica si è avuta durante la Terza Conferenza delle Parti (COP 3) tenutasi a Kyoto, nel 1997, con l’adozione di un trattato internazionale, il noto Trattato di Kyoto, con il quale per la prima volta i Paesi ratificanti si sarebbero giuridicamente impegnati a raggiungere gli obiettivi prefissati, ovvero la riduzione del 5% delle emissioni di gas-serra a livello mondiale (rispetto all’anno base 1990), nel periodo 2008-2012. Il trattato, tuttavia, è entrato in vigore solo nel 2005 tra mille difficoltà e soprattutto senza l’adesione degli Stati Uniti, responsabili oggi del 21% delle emissioni globali.

Il COP 13 di Bali, nel 2007, si inaugura pochi giorni dopo l’adesione dell’Australia al Trattato, lasciando gli Stati Uniti dell’amministrazione Bush in posizione isolata. Tuttavia l’impossibilità di rispettare i tempi previsti dal Trattato di Kyoto, palese alla luce della sempre più allarmante condizione climatica emersa dal nuovo Rapporto dell’IPCC, rendeva necessaria una nuova spinta verso accordi più risolutivi. In tredici giorni di lavoro vengono definite le linee fondamentali circa l’avvio della stipula di un “nuovo trattato di Kyoto”(per gli anni successivi al 2012), entro la quindicesima Conferenza delle Parti di Copenhagen nel 2009 (COP15). Il nuovo piano di lavoro è denominato Bali Action Plan (BAP).

E proprio quando, dopo quarant’anni di attesa, ci si aspettava una reale presa di coscienza, una forte spinta risolutiva, forse anche una maggiore sensibilità istituzionale riguardo l’allarme clima, l’esito dell’ultima Conferenza delle Parti, quella di Copenhagen del 2009, è stata una grande delusione.
Quello che avrebbe dovuto essere l’incontro decisivo per la stipula di un nuovo trattato, giuridicamente vincolante, come quello di Kyoto si è risolto invece in un nulla di fatto, con un Accordo non vincolante che i Paesi possono sottoscrivere o meno. E da Cancun, considerati gli esiti delle sessioni preparative, non ci si aspetta di meglio.

Nessun reale impegno quindi, nessun vincolo, nessuna responsabilità. Anche il Trattato è in scadenza nel 2012, e si teme che gli Stati, avendo “carta bianca” inseguano solo i propri interessi. E a patirne inconsapevolmente le conseguenze, causate da poco impegno e da poca volontà, come al solito, saremo tutti noi e le generazioni che ci seguiranno.

Teresa Balestrieri
 
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