COP 16 & POST KYOTO: UN CAPITOLO ANCORA APERTO
Domenica 28 Novembre 2010

Ad un anno di distanza dall’ultimo vertice ONU sui cambiamenti climatici COP 15 (15th Conference of Parties), ed in vista dell’ormai imminente COP 16, che si terrà a Cancun, Messico, dal 29 novembre al 10 dicembre, gli esiti registrati dai Climate Change Talks non hanno niente di confortante rispetto al quasi fiasco della precedente conferenza di Copenhagen.
Gli incontri preparatori al summit, tenutisi durante tutto il 2010, che avrebbero dovuto porre le basi di un nuovo accordo mondiale vincolante e placare i dissensi e i disaccordi esistenti tra i Paesi, sono risultati, invece, nient’altro che banchi di dibattiti su questioni ancora aperte, e decisioni e strategie non ancora definitive, che non fanno presagire nulla di buono per il prossimo vertice.
I due nodi cruciali rimangono sempre incentrati sulle questioni riguardanti la divisione degli impegni che dovranno assumere le nazioni più ricche, e quelle più povere, e sull'assenza di una strategia condivisa nella lotta ai cambiamenti climatici. Nodi che non accennano a sciogliersi, che anzi si complicano di nuove problematiche e di prese di posizione da parte di quei Paesi che vorrebbero tornare sui propri passi, non confermando gli impegni presi a Copenhagen. Da un lato la Cina, che si considera un Paese “in via di sviluppo”, rifiuta di sottoscrivere obiettivi fissi e verificabili per le proprie riduzioni ed insiste nell’affermare che spetta ai Paesi sviluppati assumersi la responsabilità di massicce riduzioni circa le emissioni di gas inquinanti, puntando il dito contro gli USA che a loro volta fanno notare come la Cina sia la maggior responsabile dell’inquinamento globale. Dall’altra parte, i Paesi in via di sviluppo, i quali sostengono che i controlli dovrebbero applicarsi solo ai Paesi già industrializzati. Mariagrazia Midulla, responsabile Clima ed Energia del WWF Italia, durante uno degli ultimi incontri, ha esortato i governi ad impegnarsi su aspetti decisivi come l’adattamento, la finanza per il clima e la lotta alla deforestazione: “A Cancun i governi possono e devono fare passi avanti. Ma devono aumentare i propri sforzi e iniziare a cercare punti di convergenza in maniera molto più seria. Per fare un esempio, l’ambito degli
accordi già raggiunti a Copenaghen sulla riduzione delle emissioni dovute alla deforestazione e al degrado delle foreste (REDD) è stato messo di nuovo in discussione”. E riguardo ai disaccordi esistenti all’interno della Convenzione, Pablo Solone, ambasciatore della Bolivia presso le Nazioni Unite, anch’egli presente a Bonn, ha spiegato: "Nessuno può dire: - Ho intenzione di risolvere questo problema dentro i miei confini - questo non è possibile. Se non c'è accordo globale, non c'è soluzione".
La “lettera d’intenti” (cioè l’accordo non legalmente vincolante) redatta a Copenhagen, inizialmente povera sia di contenuti che in termini di pagine, durante tutto l’anno si è arricchita di numerose altre proposte. Un infoltimento che ha portato più volte il nuovo segretario esecutivo della UNFCCC (United Nations Framework Convention on Climate Change, ) Christiana Figueres, ad esortare i Paesi firmatari a ridurre le opzioni sul tavolo delle trattative, in modo da portare a termine per
quest’anno almeno le cose più immediate come per esempio la raccolta e la gestione dei fondi per i Paesi in via di sviluppo. “È preoccupante vedere che a Bonn le discussioni a porte chiuse non hanno fatto i progressi necessari” - ha affermato Mariagrazia Midolla. “Il dibattito sulla mitigazione ha addirittura fatto passi indietro e si è polarizzata. Altri ambiti, come i fondi per il clima, richiedono progressi urgenti e non possiamo permetterci questi negoziati ‘a passo di lumaca’. Se non acceleriamo i tempi questo percorso perderà slancio”.
Almeno per ora dunque, da qui al 2012, data in cui scadrà il Trattato di Kyoto, le prospettive di un nuovo accordo globale non sembrano prendere corpo, e considerando il fatto che all’interno dell’UNFCCC le delibere vengono adottate solo all’unanimità, non è difficile immaginare quanto sia complicato arrivare ad accordi concludenti in breve tempo, per di più in un contesto in cui la posizione di una virgola può cambiare gli interessi e il destino di un’intera nazione. Il rischio è che,
allo scadere del Trattato, potrebbe formarsi un vuoto normativo, oltre che un vuoto d’intenti, un danno che rischierebbe di compromettere gli sforzi fatti fino ad ora. L’emergenza è grande, come sottolinea Andrès Barreda, accademico della Universidad Nacional Autónoma de México (UNAM) e membro della ANAA (Asamblea Nacional de Afectados Ambientales), “la crisi non è climatica ma ecologica”.
Intanto, negli ultimi mesi, il panorama dei calendari politici di mobilitazioni alternative alla COP 16 si è arricchito con decine di attività. Con una agenda multipla e ricca di iniziative, diverse organizzazioni sociali, movimenti ecologisti e contadini, movimenti autonomi e ONG si stanno dando appuntamento a Cancun per protestare e per proporre alternative valide a quelle che definiscono "false soluzioni", promosse nelle sedi ufficiali della COP. Nello stesso tempo, le organizzazioni sociali, che si preparano a "prendere" Cancun nei giorni della conferenza internazionale, specialmente quelle che sono parte dei movimenti sociali messicani, vogliono approfittare dell'occasione offerta dal fatto di avere gli occhi del mondo concentrati sul Messico per mostrare la realtà di un paese particolarmente vittima della crisi ecologica, che il governo federale messicano nasconde e nega, reprimendo i movimenti sociali che protestano. L'Asamblea Nacional de Afectados Ambientales (ANAA), insieme alla Via Campesina, è uno dei protagonisti principali nell'organizzazione di questo sforzo, che si concretizzerà a partire dalla fine di novembre per arrivare prima a Città del Messico e poi a Cancun il 3 dicembre.
“Le soluzioni esistono”, è scritto in un comunicato di via Campesina, dove si ricorda, inoltre, come le circa 35.000 persone riunitesi nella città di Cochabamba, in Bolivia, in occasione della Conferenza Popolare sui Cambiamenti Climatici e per i Diritti della Madre Terra, abbiano discusso e avanzato soluzioni efficaci per affrontare la crisi climatica.
Tutto è ora rimandato all’incontro del vertice di Cancun, dove si spera di fissare almeno gli obiettivi più immediati. Christiana Figueres si è detta ottimista, sottolineando che, durante l’ultimo Climate Change Talks di Tianjin, “sono state gettate le basi per importanti decisioni, che saranno poi prese nel vertice di Cancun della fine dell’anno”.
Sul tavolo, alcuni elementi operativi di finanza, tecnologia e capacità costruttive per rinforzare il protocollo di Kyoto ed arrivare in Messico con soluzioni che aiutino soprattutto i Paesi più poveri ad approvvigionarsi di energie pulite così da ridurre drasticamente le emissioni dannose. I delegati non sono riusciti a trovare un accordo sull’allocazione del primo fondo di partenza pari a 30 miliardi di dollari per aiutare i Paesi in via di sviluppo; vicino è invece l’accordo sulla approvazione di un fondo finanziario a lungo termine per affrontare i cambiamenti climatici, i cui dettagli saranno
discussi durante il Cop 16.
In questo periodo di inerzia globale, quando non solo la natura è in crisi, ma anche tutto il sistema economico, politico e sociale, forse dovremmo pensare a non “cambiare il Clima ma il sistema” di una società che si dice avanzata ma che rischia di far morire se stessa.
CONFERENZE DELLE PARTI ED INCONTRO DEI POPOLI NEL DIBATTITO SUL CLIMA
Lo sconfortante esito della conferenza di Copenhagen (COP 15) è un ricordo ancora vivo: annunciato come un momento storico per la lotta ai cambiamenti climatici non c’è stata, invece, la “svolta risolutiva e decisa” che tutti ci aspettavamo. Il vertice aveva l’obiettivo di portare a compimento il processo del BAP (Bali Action Plan), avviato due anni prima nell’isola indonesiana durante la COP 13, che aveva tra gli obiettivi quello principale di stipulare un nuovo trattato globale giuridicamente vincolante (come il Trattato di Kyoto) per gli anni successivi al 2012. Il risultato della Conferenza si è ridotto invece essenzialmente ad una lettera d’intenti. Come ha dichiarato Yvo De Boer (ex segretario della Commissione Onu sui Cambiamenti Climatici): “ci sono gli ingredienti per una lotta di lungo periodo ai cambiamenti climatici, ma manca il vincolo legale”.
L’Accordo di Copenhagen riconosce l’impegno degli Stati a ridurre le emissioni dei gas serra (da conteggiare secondo grado di industrializzazione), sottolinea la necessità di stipulare un nuovo accordo giuridicamente vincolante per gli anni successivi al 2012, stabilisce alcuni provvedimenti operativi e immediati in relazione ai “pilastri” del BAP e fornisce indicazioni per le negoziazioni future. Stabilisce, infine, che venga istituito un fondo da destinarsi ai Paesi in via di sviluppo: Ue, Usa, Giappone e altri Paesi industrializzati hanno promesso 30 miliardi di dollari di aiuti dal 2010 al 2012, con un impegno informale per conseguire un fondo di 100 miliardi di dollari entro la fine del decennio. Purtroppo però, nell’Accordo, non è specificato da “chi” e in che proporzione dovranno essere versati questi soldi, inoltre non vi è nessun obbligo di sottoscrizione, nemmeno per i Paesi maggiormente responsabili delle emissioni. Dal resoconto curato dal gruppo del Focal Point Italiano, punto di riferimento dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change - Gruppo
Consulente Intergovernativo sul Mutamento Climatico, organo delle Nazioni Unite) nel nostro paese: “tale accordo è frutto di un’intesa politica nell’ambito della Convenzione ed è stato riconosciuto con una decisione che letteralmente ‘prende nota’ della sua esistenza, ma non lo adotta formalmente. Di conseguenza, l’accordo assume il valore di una lettera di intenti che i Paesi sono liberi di sottoscrivere o meno”.
Libertà di adesione all’accordo e assenza del vincolo legale sono la cornice di un realistico quadro di lotta per gli interessi: non gli interessi, quelli comuni, di salvaguardare un mondo in pericolo e di tentare di evitare quelle che altrimenti risulteranno come catastrofi umane e naturali, bensì l’interesse dei singoli Stati, soprattutto di quelli più ricchi, di mantenere la propria autonomia decisionale, di non essere vincolati da niente, di non dover per forza “sborsare i soldi per i fondi”.
Le varie relazioni scientifiche sullo stato di salute del pianeta sono molto chiare riguardo al nostro futuro. I rappresentanti delle varie organizzazioni avvertono che la situazione è allarmante: se le temperature continuano ad aumentare le popolazioni più esposte potrebbero morire di fame e di sete a causa delle carenze idriche. In alcune zone del continente nero si potrebbe perdere circa il 75% della terra coltivabile e, come avviene per la guerre, questo significherà grandi spostamenti di massa e di conseguenza povertà estrema. Legambiente li chiama “profughi ambientali”: sono quei 200
milioni di persone che, secondo le previsioni, saranno costrette entro il 2050 ad emigrare a causa di siccità, alluvioni, tempeste e altre calamità provocate dai cambiamenti climatici.
E sono proprio la conoscenza di questi dati e il risultato superficiale del vertice di Copenhagen che hanno dato la spinta all’iniziativa di un nuovo incontro globale di discussione sul clima, la “Prima Conferenza Mondiale dei Popoli sui Cambiamenti Climatici e Diritti della Madre Terra” (World Peoples Summit on Climate Change and the Rights of Mother Earth), che si è tenuta a Cochabamba, in Bolivia, dal 21 al 23 Aprile di quest’anno. L’evento, incoraggiato ed ospitato dal presidente Evo Morales, pur ideato e organizzato in poco tempo dopo l’esito di Copehagen, ha riunito circa 35.000 persone tra delegati di movimenti sociali, scienziati, intellettuali, sindacati, giornalisti, delegati di forze politiche e governi per discutere di come “cambiare il sistema, non il clima” come ha riferito lo stesso presidente. Il dato è molto significativo in quanto sottolinea che l’interesse per l’ambiente, da parte della popolazione mondiale c’è; a quanto pare, è la volontà da parte delle istituzioni che manca (a nostro malincuore) anche quando la situazione è palesemente critica. La Conferenza di Cochabamba promuove un piano “B” per la salvezza della Terra ed incoraggia ad un nuovo approccio alle problematiche, un approccio umanitario, realistico, attivo, che vuole coinvolgerci da vicino in quanto il problema è di tutti.
Dopo tre giorni di conferenze, riunioni ed eventi autogestiti, i gruppi di lavoro hanno presentato le conclusioni della Conferenza e, alla presenza fra gli altri di Morales, Chavez, dei vice presidenti di Cuba e Nicaragua e del Ministro degli Esteri ecuadoriano, è stato redatto un documento finale chiamato “Accordo dei Popoli”. Esso contiene le proposte condivise emerse durante i giorni di lavoro del vertice e ne prevede la presentazione ufficiale ai vertici ONU, da effettuarsi durante il prossimo summit mondiale di Cancun. Tra le proposte principali sono la richiesta di riconoscimento
da parte dei Peasi industrializzati del debito climatico e delle responsabilità del modello capitalista nell'attuale crisi ambientale, e l’istituzione di un “Tribunale Internazionale per la Giustizia Climatica ed Ambientale” riconosciuto dalle istituzioni internazionali come istanza giuridica vincolante al fine di indagare, stabilire e punire penalmente le responsabilità di imprese, Stati e politiche internazionali in relazione al cambiamento climatico : "Rifiutiamo in maniera assoluta l’illegittima Intesa di Copenhagen che permette ai Paesi sviluppati di contrattare riduzioni insufficienti di gas effetto-serra, ricorrendo a impegni volontari ed individuali, che violano l’integrità ambientale della Madre Terra conducendoci a un aumento della temperatura di quasi 4C°" sottolinea la dichiarazione. Concludendo la conferenza, il presidente Evo Morales, ha affermato: "Siamo di fronte ad una battaglia campale: dobbiamo persuadere i governi
industrializzati a farsi carico della problematica del clima. Oppure, in ultima istanza, se non saremo ascoltati, dovremo organizzarci e rafforzarci socialmente in tutto il mondo per ottenere che le decisioni dei governi e dei popoli del mondo siano ascoltate e rispettate”.
L’Accordo dei Popoli recita: “Oggi, la nostra Madre Terra è ferita ed il futuro dell’umanità è in pericolo". E’un drammatico richiamo alla realtà a Governi che, troppo impegnati a tamponare le falle del sistema economico create dalle loro stesse politiche, non si accorgono che, molto rapidamente, si sta aprendo una voragine ancora più grande: quella delle risorse naturali. Una condizione che mette a in discussione la sopravvivenza stessa della vita sul pianeta.
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