
The Concise Dictionary of Dress è un’esibizione in cui le parole dialogano con le forme del vestire, dove i significati linguistici si intersecano con i segni ed i codici degli abiti, un percorso espositivo in cui il costume e il linguaggio divengono rispettivamente il significante ed il significato del medesimo oggetto.
La mostra The Concise Dictionary of Dress, visitabile fino al 27 giugno 2010, nasce grazie alla collaborazione tra il V&A(Victoria and Albert Museum) ed Artangel, organizzazione artistica tra le più innovative, che da più di venti anni opera nel settore della progettazione artistica ed è coadiuvata e supportata dall’ Arts Council England.
L’allestimento prende forma all’interno di Blythe House, imponente edificio londinese originariamente costruito come quartier generale delle poste inglesi, che dal 1978, per gestire i risparmi e gli investimenti dei propri clienti, funziona come area di conservazione per le preziose collezioni del V&A, tra gioielli, abiti, tessuti ed oggetti d’arte, molti dei quali contenuti in stanze chiuse ed a temperatura controllata: luoghi nascosti e protetti, a salvaguardia di una memoria collettiva fatta di oggetti un tempo vissuti ed indossati tutti i giorni, ed oggi destinati a riposare, al riparo da qualsiasi forma di contatto con il mondo esterno. Il loro ruolo è quello di preziosi segni di un epoca passata, mantenuti in luoghi metaforicamente distanti e senza accessi per il pubblico, in attesa di essere rivelati, come oggetti rimossi della mente.
Ed infatti The Concise Dictionary of Dress nasce dal lavoro di Adam Phillips, psicoanalista e scrittore - tra i suoi ultimi lavori Side Effects e On Kindness, edito presso la New Penguin Freud Translations - e Judith Clark - Curatrice e direttrice del Master in Fashion Curation, presso il London College of London, docente allo IUAV di Venezia ed ha una propria galleria indipendente di abiti, già curatrice di mostre come “Spectres”, “Anna Piaggi; Fashionology” presso il V&A di Londra, e “Simonetta: La Prima donna della Moda italiana” a Palazzo Pitti, Firenze -.
The Concise Dictonary of Dress si articola in un percorso guidato tra le intricate e labirintiche stanze di Blythe House: porta il visitatore attraverso un viaggio onirico tra 11 istallazioni composte da abiti, selezionati da Judith Clark tra le collezioni nascoste del V&A, e testi, sotto forma di dizionario, appositamente creati da Adam Phillips.
Durante la conferenza States of Mind/States of Dress, tenutasi il 9 giugno scorso, presso il London College of Fashion, in John Princes Street a Londra, Adam Phillips e Judith Clark si sono confrontati nuovamente in una conversazione mediata da Lisa Appignanesi, presidente di English PEN, ed hanno approfondito i temi ed i significati del loro progetto.
L’idea di tutta la mostra, degli abiti esposti, nasce dal dizionario, che Adam Phillips ha generato, lavorando a stretto contatto con Judith Clark, per lui questa mostra è: “Qualcosa che si sviluppa ed ha a che fare con la relazione esistente tra le parole e gli abiti; l’idea del dizionario qui è molto importante, fondamentale, è il punto di partenza da cui si genera ogni successivo dialogo e contenuto”.
E per Judith Clark: “Le parole divengono tridimensionali, il loro significato in associazione con gli abiti. Una parte fondamentale di tutto il lavoro, oltre che la selezione degli abiti, è stata la scelta delle undici zone in cui esporre all’interno di Blythe House, problematiche anche pratiche, vista la grandezza dell’edificio, come strutturare un percorso che abbia una sua organicità, tenendo conto anche delle distanze che il visitatore deve percorrere. Ogni istallazione è espressione di un particolare tipo di linguaggio; la scelta delle location è stata importante anche per questo”.
L’idea di utilizzare una selezione di abiti che si trova solitamente protetta, nascosta, negli archivi del V&A è stato motivo anche di una ulteriore riflessione: “Gli abiti sono degli oggetti molto delicati - dichiara Judith Clark - forse tra i più soggetti ad invecchiamento, deterioramento e necessitano di particolari procedure di conservazione”.
Il pensiero di Adam Phillips va ancora oltre: “Rappresenta anche il concetto stesso di proprietà privata, di come noi esseri umani viviamo il piacere di possedere i nostri oggetti, i nostri beni, in un luogo nascosto e protetto; qualcosa che ha che fare molto strettamente con questa attitudine, tuttora esistente nella nostra società”.
Le undici definizioni sviluppate e concepite da Adam Phillips sono: Armoured, Conformist, Comfortable, Pretentious, Tight, Measured, Essential, Fashionable, Plain, Loose, Creased.
La cosa che forse più colpisce di questa mostra è il fatto di come i loro creatori abbiano indagato un fondamentale legame, come quello che esiste tra le parole ed i segni del vestire. Non solo come entrambi siano naturalmente un codice, attraverso il quale, come esseri umani, ci esprimiamo, ma di come si possa creare tra di loro una certa convergenza; in questo percorso espositivo, la loro fusione a momenti genera un panorama chiaro e rassicurante, a momenti si avverte la rottura degli schemi ed il dispiegarsi di nuovi, ancora forse sconosciute esperienze della coscienza.
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