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CARAVAGGIO E CARAVAGGESCHI
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Domenica 30 Maggio 2010
Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio - Bacco (1596-97) Firenze - Galleria degli Uffizi
In occasione del quarto centenario dalla morte del grande maestro lombardo, anche Firenze, come Roma, dedica a Michelangelo Merisi (1571-1610) e ai suoi seguaci una serie di mostre dislocate in tre sedi: agli Uffizi, alla Galleria Palatina di Palazzo Pitti e alla fondazione Longhi a Villa Bardini. Tre punti nevralgici che conservano e promuovono opere di questo genio sperimentatore, a cavallo tra sedicesimo e diciassettesimo secolo.

A Palazzo Pitti la mostra, a cura di Gianni Papi, è allestita nelle stanze della magnifica Galleria Palatina all'interno delle quali il visitatore è accolto dal caldo abbraccio color amaranto dei pannelli espositivi, che richiamano da vicino le tinte scure e dense delle tele del Caravaggio.

La prima stanza racchiude capolavori di bellezza e pathos straordinari come l'Incredulità di San Tommaso (1600-1601, Potsdam, Bildergalerie) dove l'unico personaggio che non guarda le ferite del Cristo è proprio San Tommaso, troppo spaventato e turbato per seguire con lo sguardo il proprio dito che viene infilato dentro il costato lacero. Non sorprende dunque il disappunto del committente, il marchese Vincenzo Giustiniani, nel vedere rappresentata una scena tanto cruda, nella violazione della carne eburnea del Cristo, quanto vera, reale nei volti e nelle vesti degli apostoli ben poco rifinite come si vede nella spalla mal cucita dello stesso Tommaso.

Ci sono poi storie del Vecchio Testamento, come il Sacrificio di Isacco (1598 – Firenze, Uffizi) dove il vecchio Abramo sulla sinistra, segnato nel volto e nelle mani dall'età e dalle sofferenze che lo hanno accompagnato in vita, è ormai rassegnato ad uccidere il suo unico figlio con quel coltello che tiene ben saldo nella mano destra. L'angelo che gli giunge alle spalle pare quasi distrarlo più che dissuaderlo bruscamente dal suo intento infanticida, poggiando delicatamente la mano destra sulla sua, armata, mentre indica con la sinistra il caprone espiatorio che sbuca mansueto dalla parte opposta della scena. Sullo sfondo un silenzioso paesaggio di campagna. L'urlo nero che sconvolge l'equilibro di sguardi tra il padre, l'angelo ed il caprone, è quello del giovane Isacco con il viso corrucciato, costretto dalla possente mano del padre a piegare la nuca sulla pietra gelida in attesa dell'altrettanto gelido fendente che l'avrebbe sicuramente sgozzato.

Caravaggio creò anche opere enigmatiche come il Bacco (1596-1597 – Firenze, Uffizi) e l'Amore Dormiente (1608 – Firenze, Palazzo Pitti) oggi in mostra al Pitti. Balzato agli onori della cronaca negli ultimi anni in seguito ai rilievi tecnici effettuati sul dipinto proprio in occasione dell'esposizione odierna, il Bacco degli Uffizi conserva intatto il fascino del corpo color latte e dello sguardo velatamente malizioso, sottolineato dalle lunghissime sopracciglia nere di questo giovane
coronato di succulenti pampini d'uva. Molti quesiti irrisolti riguardano quest'opera come il fatto che Bacco regga il fragilissimo bicchiere con la mano sinistra, particolare che secondo alcuni studiosi sarebbe la prova che il Merisi si servisse di uno specchio per inquadrare la scena da rappresentare. Altro elemento di interesse è il minuscolo autoritratto che si può scorgere sulla superficie della caraffa di vetro nell'angolo in basso a sinistra. Un quadro nel quadro che si carica di una valenza particolare: potrebbe infatti essere la firma dell'artista o semplicemente il risultato di un'estrema volontà di aderenza alla realtà, della quale il Caravaggio si fa portatore e che tanto avrà successo poco dopo nelle nature morte d'oltralpe in particolare nei Paesi Bassi.

A trentasette anni Caravaggio dipinge l'Amore dormiente, un quadretto di dimensioni ridotte che ritrae un putto nudo piuttosto grassoccio, non bello e sgraziato. Ancora una volta una contro-idealizzazione che in questo caso va forse ricondotta al periodo poco felice che l'artista stava attraversando in quegli anni: dopo la condanna a morte per decapitazione in quanto accusato dell'omicidio di Ranuccio Tommasoni, Caravaggio scappò dapprima a Napoli e quindi cercò rifugio nell'isola di Malta, dove entrò in contatto con il Gran Maestro dell'Ordine dei Cavalieri di San Giovanni, Alof de Wignacourt, a cui fece anche un ritratto. Anni di sofferenza fisica ed emotiva che si possono leggere nell'incarnato giallastro del piccolo putto, disteso quasi come fosse privo di vita con le ali da Cupido appena distinguibili dallo sfondo tetro, o nell'espressione del visino con i denti digrignati in una stanca e svogliata smorfia, così lontana dal sorriso beffardo dell'Amor Vincit Omnia di almeno sei anni precedente, oggi in mostra a Roma alle Scuderie del Quirinale (CARAVAGGIO, 20 febbraio – 13 giugno 2010).

Nel Cavadenti (Firenze, Galleria Palatina di Palazzo Pitti) il Merisi rappresenta un compendio magnifico di otto diverse espressioni facciali. Otto infatti sono i figuranti tra i quali al centro si distinguono i due protagonisti: il secentesco dentista, carnefice armato di pinza che concentra tutta la sua forza stringendo la sua pinza attorno al dente del povero assistito. A giudicare dallo sguardo atterrito, dalla mano sinistra che si alza invano a cercare di fermare i ferri al lavoro, difficile immaginare che sia stato somministrato un qualsiasi tipo di sedativo al povero malcapitato. Come ben si vede, infatti, con la bocca sanguinante il paziente si regge con la mano destra al bracciolo della sedia attendendo la fine della tortura per poi potersi rinfrescare con l'acqua e, soprattutto, con il vino che si vedono disposti sul tavolo. Un piccolo gruppo di curiosi si è raccolto attorno al tavolo, perché allora come oggi, ciò che ci spaventa irrimediabilmente ci attrae. Ecco allora che dal buio angolo a destra sbuca una vecchia raggrinzita, simile all'ancella della celeberrima Giuditta (1599, Roma, Palazzo Barberini), anche se qui i suoi occhi lucidi sono più curiosi che sanguinari. Desideroso di apprendere le tecniche odontoiatriche sembra l'uomo sulla destra che poggia entrambi i gomiti sul tavolo, per non distogliere l'attenzione dal terrifico spettacolo cui assiste. Sbigottiti sono i due uomini in piedi sulla sinistra, l'uno con la bocca leggermente aperta, l'altro con gli occhi sbarrati. Immobile seppur proteso in avanti è invece l'uomo in primo piano con la testa rasata che riflette la luce che giunge da sinistra, probabilmente da una finestra o una porta aperta. Nell'opera si avverte la tensione curiosa dei personaggi rafforzata dalla presenza del bimbo aggrappato alla tovaglia rossa. Anche lui, un po' curioso e un po' impaurito, si erige per sbirciare, sicuro comunque di potersi rifugiare sotto il tavolo qualora la scena si facesse troppo paurosa per i suoi teneri occhi.

Caravaggio riscosse un notevole successo tra i contemporanei ed il suo modo di dipingere, la sua tecnica ed il suo stile furono presto presi come esempio da molti altri artisti attivi in Italia. La mostra a Palazzo Pitti rivolge particolare attenzione a quegli artisti detti Caravaggeschi che lavorarono a Firenze sulla scorta degli insegnamenti del Merisi. Tra questi Bartolomeo Cavarozzi (1590-1625) attivo anche in Spagna, qui rappresentato tra gli altri, con un dipinto straordinario: il
San Gerolamo con due Angeli (1617 – Firenze, Palazzo Pitti). Un inedito San Gerolamo, seduto dietro un tavolo di legno, coperto da un drappo rosso fuoco che si appoggia come la sua mano sinistra sullo scrittoio, è tutto concentrato sulla sua silenziosa scrittura. Ad osservarlo da un lato, sempre al di là del tavolo, ci sono a sinistra due angioletti che, curiosi, spiano quel che il Santo scrive. Nel loro bisbigliare ricordano l'angelo che cade dal cielo sorretto da un drappo bianco, che suggerisce a San Matteo cosa scrivere nel suo Vangelo, nella seconda versione di San Matteo e l'Angelo del 1602 per la Chiesa di San Luigi dei Francesi ad opera del Caravaggio. Sempre sul tavolo del San Gerolamo di Cavarozzi, a sinistra in primissimo piano si scorge una perfetta vanitas, una natura morta autonoma composta di libri, teschio, monete e clessidra. Per bilanciare il sentimento di caducità della vita terrena umana chiaramente identificabile nella vanitas, l'artista chiude la composizione sulla destra del ripiano, al di là del Santo scrivente, con un crocefisso e con un libro di stampe aperto, guarda caso, ad una pagina con una Madonna con Bambino: un monito ed un invito alla preghiera per l'osservatore nel pieno della Controriforma.

La mostra alla Galleria Palatina offre dunque un panorama di ottima qualità su opere ed artisti caravaggeschi attivi a Firenze tra i quali Jusepe de Ribeira detto lo Spagnoletto (1591 - 1652), Bartolomeo Manfredi (1582 - 1622), Cecco del Caravaggio (attivo 1610 - 1620), lo Spadarino (1585 - 1651) e Gerrit Honthorst (1590 - 1656).

Ma non è solo una mostra di dipinti. Il labirinto espositivo conduce infatti ad una stanza in cui è proiettato un video che ricorda il principio della riscoperta del Caravaggio e dei Caravaggeschi ad opera dell'indimenticato Roberto Longhi (1890 - 1970). Nella sua Villa Bardini immersa tra il verde dei colli fiorentini, lo storico dell'arte aveva infatti collezionato diversi dipinti della scuola del Caravaggio, al quale aveva dedicato buona parte dei suoi studi (anche la sua tesi di laurea all'Università di Torino nel 1911), ma anche la famosa mostra del 1951 dal titolo “Caravaggio e Caravaggeschi” a Palazzo Reale a Milano e quella del 1953 intitolata “I Pittori della Realtà”. Un meritevole viaggio nella storia del collezionismo italiano dunque, che collega direttamente l'appuntamento di Palazzo Pitti con quello contemporaneo a villa Bardini, curato da Mina Gregori, dal titolo “Caravaggio e la modernità. I dipinti della Fondazione Longhi”.
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Anna Bianco
 
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