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EL GRECO AL BOZAR
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Mercoledì 17 Marzo 2010
Santa Veronica - 1580

Un'ala dell'immenso complesso del BOZAR [il Palazzo delle Belle Arti] di Bruxelles è dedicata dal 4 febbraio al 9 maggio 2010 all'esposizione di parte della raccolta di dipinti conservati al museo El Greco di Toledo, raccolta che comprende molte opere firmate dall'artista che nuovamente suscito' vivo interesse agli inizi del Ventesimo secolo: Domìnikos Theotokòpoulos (Δομήνικος Θεοτοκόπουλος), in arte El Greco.

Lo pseudonimo con il quale è passato alla storia gli è stato attribuito in terra di Spagna, dove l'artista trascorse l'ultima parte della sua vita: greche infatti erano le sue origini.

Nato a Candia nell'isola di Creta nel 1541, Domìnikos si dedica fin da giovane all'attività di pittore, producendo prevalentemente icone, come d'uso in quell'area greca di tradizione ortodossa. A vent'anni si mise in viaggio verso Occidente, fermandosi nella città di Venezia, dove entra nella bottega di Tiziano (1480/85 – 1576). Nella città lagunare ha l'opportunità di apprendere i segreti del cromatismo, di quel dipingere senza disegno preparatorio, affidandosi alla percezione di luci ed ombre, di colori, di banchi e neri, che il toscano Vasari tanto deprecava, figlio, lui, della scuola dell'Alberti, secondo la quale senza disegno, un'opera d'arte non aveva ragion d'essere.

Dall'esperienza veneziana eredita quindi il tenue colorito che ricorda l'antico Bellini, specialmente nei rosa e nei verdi accesi, le architetture di fondo e la composizione prospettica, derivate dai portentosi Miracoli di San Marco di Tintoretto (Gallerie dell'Accademia di Venezia), e non da ultimo quel colpo di pennello e colore puro dell'ultimo Tiziano, il quale, come leggenda vuole, a causa di un abbassamento della vista, individuava le figure sulla tela mediante la giustapposizione di spesse virgole di colore, come nella celebre composizione Tarquinio e Lucrezia, oggi all' Akademie der Bildenden Künst di Vienna.

Di qui si sposta a Roma, alla corte del Papa Alessandro Farnese, dove ha l'opportunità di confrontarsi con altri grandissimi artisti italiani del calibro di Michelangelo o dei Carracci. Del Buonarroti, però, il greco non apprezza l'imponenza delle carni che vede alla Cappella Sistina, tanto era stato influenzato dalla tradizione pittorica lagunare, ma non può che restare ammaliato dalle torsioni corporali così spinte del maestro fiorentino, dall'espressività di quei marmi muti, ma solo per causa della materia di cui son fatti.

Tra il 1575 ed il 1576 si trasferisce in Spagna, attirato dalle promesse di maestose commissioni ad opera del nuovo reggente Filippo II, tutto intento a ristabilire l'ordine nel suo paese instaurando una specie di dittatura culturale basata sugli aspetti devozionali della Controriforma.

E' in questo contesto culturale che si inserisce la figura di El Greco, che ha la possibilità di mettere sulla tela tutta l'esperienza italiana coadiuvata dalla spiritualità con cui era cresciuto componendo icone sacre ortodosse nella sua terra d'origine.

E' così che in Spagna coltiva un modo di operare del tutto personale, sia nella tecnica che nella composizione: se ad esempio le Sacre Famiglie italiane vedevano Madonna con Bambino e Giuseppe, accompagnati talvolta dalla presenza di altri Santi, disposti su un soffice manto verde o all'interno di una stanza illuminata da un fascio di luce proveniente dall'alto dei Cieli, nei dipinti di El Greco ormai non c'è più spazio per un paesaggio simbolico; esistono solamente quelle figure dai tratti contemporanei, collocate in uno spazio dai toni cerulei, solcato da nubi bianche, icone del presente in uno sfondo non più dorato, ma altrettanto atemporale come il cielo. Nella Natività del 1604, lo spazio è di nuovo la grotta biblica, dove l'asinello se ne sta sulla sinistra ad osservare la Madonna in una veste purpurea mentre rimira quella creatura che letteralmente risplende di luce propria, inondando del suo raggio tutto ciò che la circonda. Sulla destra siede ancora turbato Giuseppe, mentre il bue, con un movimento dalla scia quasi futuristica, si sposta da destra a sinistra incastrandosi con il muso curioso proprio sotto la mangiatoia.

Apprezzato enormemente dai contemporanei sia in terra italiana che spagnola, El Greco era oberato da innumerevoli commissioni, e talvolta, come era già avvenuto per Tiziano, gli veniva richiesto di produrre delle copie dei suoi stessi capolavori, che spesso lasciava ultimare ai suoi collaboratori. Nelle sale del BOZAR si possono ammirare alcune di queste copie, come il famoso S. Francesco, una Crocifissione dai tratti quasi espressionistici in quel cielo plumbeo squarciato da bianchi ed improvvisi fulmini, e la bellissima Sepoltura del conte di Orgaz (1586) il cui originale si trova a Toledo nella Chiesa di Santo Tomè. Qui l'artista racconta l'episodio miracoloso della sepoltura del conte di Orgaz, il quale aveva dedicato la sua esistenza a fare del bene mediante l'appoggio economico ad associazioni caritatevoli. Il giorno della sua sepoltura il cielo si aprì e ne discesero S. Stefano e S. Agostino per occuparsi della deposizione delle spoglie esanimi del conte dentro il suo eterno giaciglio. Lo stupore di coloro che assistono al miracolo si manifesta nelle bocche spalancate, nelle braccia aperte e negli occhi rivolti verso il cielo squarciato, dall'alto del quale assistono la Vergine e Cristo attorniati dalle schiere di angeli e Santi. La copia in questione ritrae solamente la scena “terrena”, ma una riproduzione fotografica consente di avere un'idea dell'originale completo.

Come già anticipato la figura di El Greco fu rivalutata nel corso del ventesimo secolo, grazie a personaggi come Manuel Bartolomé Cossío, che dedicò all'artista nel 1908 un'imponente monografia. La fortuna di questa pubblicazione va anche messa in relazione con un'Europa attraversata e scossa dai tetri spettri del nazionalismo, presagi della Guerra imminente. Ma fu anche grazie a questo ritrovato orgoglio che un paio di anni più tardi il collezionista Marqués de la Vega-Inclán, fondò a Toledo il museo da cui provengono le opere in mostra

L'interesse per El Greco nella contemporaneità è dovuto alla sua straordinarietà in senso letterale, rispetto alla fiorente cultura barocca europea: il suo linguaggio è personalissimo nonostante i debiti alla tradizione italiana cui si è già accennato. Anche lui, dimentico del disegno, si lancia sulla tela direttamente con il colore, creando figure che si allungano in senso verticale, conferendo ai protagonisti una ieratica irraggiungibilità, talvolta evitando di fermarsi sui particolari, lasciando le figure incomplete, senza contorni. Figure che diventano creature eteree, che hanno poco di umano, anche nel colore degli incarnati.

Un dipinto sconvolgente in quanto a modernità è L'adorazione del nome di Cristo dove un'immensa folla in ginocchio rivolge lo sguardo devotissimo al cielo ancora una volta squarciato nel mezzo del quale campeggia il monogramma del nome di Cristo. Ma sulla destra, dentro la bocca di quel cane che ricorda l'entrata dell'Inferno dantesco, brulicano le anime dei dannati, rappresentate come corpi nudi, lividi dai riflessi blu che ricordano da vicino gli incarnati dell'apprezzatissimo Lucian Freud.

Il lungo corridoio dalle pareti blu che accompagna il visitatore tra le opere del maestro tanto greco quanto spagnolo, consentono di avvicinarsi ai dipinti illuminati individualmente per ricreare quell'atmosfera devozionale per cui erano stati creati. Tele maestose che sono offerte al visitatore nude e crude, senza vetro di protezione, per apprezzare al meglio la sfaccettatura di luci ed ombre sulla superficie increspata di colore. E' chiaro l'invito a farsi più vicini, ad osservare i riflessi degli occhi così vivi rivolti al cielo, coperti da un velo di lacrima, di quel San Pietro a bocca aperta, che lascia intravvedere il bianco dei denti, che anticipa il tema dell'ultima stanza: i Dodici Apostoli con Gesù Cristo e San Paolo, che non era un apostolo, ma che fu come lui un greco che durante la sua vita si trovò a viaggiare nel Mediterraneo. Ma prima di loro un piccolo salto nel suo passato di icone sacre, con la Veronica, bellissima, che sostiene un vero fazzoletto bordato di blu e d'oro, con al centro il meraviglioso volto di Cristo racchiuso tra i morbidi boccoli dei capelli e della barba.

Chiude la mostra la serie degli apostoli, ultima realizzata da El Greco, la summa della sua opera, dove ancora vivi sono i verdi e i rosa veneziani, lividi gli incarnati e vorticosa la tecnica che lascia intravvedere il colore di fondo, quello ruggine che serviva a preparare la tela.
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link correlati [in inglese]:
http://www.bozar.be/activity.php?id=9431

http://www.visitclm.com/arte-cultura/museos/toledo/el-greco-house-museum/
Anna Bianco
 
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