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EGON SCHIELE E IL SUO TEMPO
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Martedì 16 Marzo 2010
Autoritratto

Il Palazzo Reale di Milano apre, con una mostra dedicata a Schiele, più di una porta sul presente e la sua complessità.

“Schiele e il suo tempo”, ma anche, idealmente, il nostro e quello prima del suo, vengono raccontati in uno spazio espositivo che immerge i visitatori nel contesto culturale in cui questo prolifico artista ha vissuto.

Un viaggio nella realtà della “Secessione Viennese”, che lentamente amplia il punto di vista sul contesto psico-sociale dell’Austria e poi dell’Europa; senza dimenticare i retroscena etico-religiosi e l’evidenza del dramma della Prima Guerra Mondiale.

Una realtà tesa, come quella attuale, e così viva nella sua ricchezza emotiva. Un presente fatto di fascinazioni, di desideri grandi di cambiamento e di cambiamenti sconvolgenti per un periodo storico, “l’età delle certezze”, incapace di portarne il peso.

Tutto questo è sicuramente nelle opere degli artisti esposti a far da corollario a Schiele, i cui nomi sono Klimt, Kokoschka, Gerstl e Moser, e nella musica dei compositori Strauss, Mahler, Schönberg, le cui melodie inondano le sale del palazzo; nomi grandi a coronare un unicum nell’arte, che è stato definito, a ragione, il Michelangelo del suo tempo.

Ma che a suo modo è oltre il Michelangelo grandissimo dell’occidente figurativo, oltre la stessa storia dell’arte. Un artista a torto definito “maledetto”, aggettivo abusato che non si può cucire sulla storia solo tortuosa di un uomo che ha lottato per esprimere se stesso e per raccontarsi al mondo. Un artista che cogliendo lo spirito del suo tempo ha sublimato in un racconto per immagini la sua e l’altrui vita.

Qui uno dei nodi focali dell’esposizione. Ricordare la vicenda personale di Schiele, e quest’aggettivo che l’ha accompagnata, con il distacco dell’oggettività biografica, resa con una dovizia didascalica nei molti pannelli che la raccontano, dell’uomo unito all’universo interiore dell’artista e a quello esteriore del contesto storico con cui si è relazionato.

Una vita di ventotto anni dedicata all’arte sin dall’infanzia scorre sotto gli occhi dei visitatori restituendo Schiele a questo presente, nel filo conduttore e logico che lega il tempo in cui è vissuto a quello di ogni vita che incroci una delle sue opere. Un percorso artistico che si potrebbe raccontare da solo, una crescita costante unita alla capacità di plasmarsi sul tempo e di saperne trarre il senso con l’ironia scanzonata di chi sa osservare non con gli occhi del maledetto, ma con quelli curiosi di un bambino.

In questo l’altro momento felice della mostra; il ricordare che “schielen” nella lingua tedesca, significa “essere strabico”, “guardare di sottecchi”, e che Schiele, portandosi nel cognome tale significato, abbia saputo trasformarlo, con disarmante semplicità, nel modus operandi della sua arte.

Un linguaggio fatto dei colori della realtà, non scomposti ma portati tutti insieme sulla tavola, sulla tela, sul foglio, o sul cartone, con i volti su cui è come inciso lo scorrere della vita, o sui paesaggi la cui rappresentazione è tanto irreale quanto fotografica. Un linguaggio, ancora, che cerca sempre un modo nuovo per esprimere il sentire dell’artista, in un percorso che va dai primi lavori esposti, quelli selezionati dal maestro e amico Klimt, in cui l’impulsività e il desiderio di “dire tutto” sono le presenza dominanti, che velocemente e con precisione si evolve in capacità introspettiva trasferita in immagine e che ancora cede il passo alla sicurezza della maturità che è capace di rappresentare il tempo.

E qui, di nuovo, il nostro tempo, cui sembra essere rivolto l’auspicio implicito nel messaggio artistico della mostra; un tempo che come quello di fine ‘800 non ha saputo guardare con gli occhi dei suoi rappresentanti, che si è fatto cieco e ha cercato la cura per quell’incapacità visiva in una guerra terribile; e un tempo come quello passato, ante ottocentesco, che è stato colmato improvvisamente con cento anni di rivoluzioni, industriali e non, e soffocato con il baccano che queste si sono portate appresso.

Visitare questa mostra significa riflettere sulla storia, ricordare quello che è l’uomo, riscoprire i messaggi positivi dell’arte, anche laddove molti hanno posto un’etichetta diversa; significa non aver paura di imparare da un uomo-ragazzo di ventotto anni la direzione in cui il mondo potrebbe girare o, più semplicemente, significa incontrare qualcuno con cui condividere le proprie esperienze.

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link correlati:
http://www.mostraschiele.it/

Manuele Menconi
 
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