“Non c’è dubbio che Firenze stia per rimpiazzare Parigi”, così titolava il New York Times nel 1952 riferendosi all’evento che oggi si chiama Pitti Immagine (uomo, bambino, filati a seconda del settore merceologico di riferimento) e che all’epoca aveva il nome di Italian High Fashion Show.
Giovanni Battista Giorgini, lungimirante “padre” della moda italiana del dopo guerra e artefice dei successi fiorentini che questa ha ottenuto negli anni è, oggi, un grande assente.
E non è quel tipo di assenza, inevitabile, che la morte porta con sé; è un assenza anche spirituale, ideale.
Non sono bastati i 972 marchi presenti alla Fortezza da Basso, né le 75 collezioni donna presentate alla Dogana per Pitti W Woman Precollection; non è bastato un ospite d’eccezione come Haider Ackermann che, come un incantatore ha inebriato di esotismo l’atmosfera anche troppo satura di aspettative di una Firenze sotto evidente stress da esposizione internazionale.
Neppure le “provocazioni” sartoriali di Raf Simons per Jil Sander, altro ospite che ha presentato a Villa Gamberaia la collezione uomo Primavera Estate 2011, che fondono i tagli netti tipici del marchio a colori a volte naturali a volte fluo, le gambe scoperte all’inverosimile, insieme ai molti piccoli e grandi premi assegnati, bastano, ancora, a colmare l’assenza di Giorgini.
Abiti di ispirazione italiana, sartorialità italiana, nomi italiani, una selezione accorta che rappresentasse una qualità, forse un po’ ostentata ma comunque sincera, impregnata di tradizione, erano i concetti di base delle prime volte della moda fiorentina, ispiratori di quel sentimento che animava un desiderio di riscatto dalla “tirannide” francese.
Uno zibaldone di colori, forme, materiali di qualità spesso bassa, idee troppo simili fra loro per capire chi ha ispirato chi, intrecci forzosi fra moda e design, desiderio di stupire a tutti i costi, di provocare è invece la realtà attuale.
Anche se i dati favoriscono la manifestazione, più compratori, più espositori, ripresa dell’economia (seppur lieve ma comunque importante), maggiore visibilità internazionale e quanto di buono può derivare dai grandi numeri, quello che la penalizza, è la tangibile mancanza di coesione.
È proprio nella frammentarietà in cui si è scomposto lo spazio espositivo, nell’incremento di eventi, mostre, sfilate, addirittura nella creazione di una web tv ad hoc, che Pitti Immagine Uomo sembra aver smarrito la propria ragione di essere.
Nomi nuovi a presentare collezioni a volte ai limiti dell’inverosimile, di sicuro slancio creativo ma senza una precisa destinazione d’uso, giovani piccoli imprenditori che cercando un futuro nella moda, non importa quale futuro o quale moda, ad affiancare il classico sartoriale italiano – segregato “in soffitta o in cantina”, il piano interrato e il primo del padiglione centrale.
Il lavoro che gli italiani hanno sempre saputo svolgere egregiamente quasi nascosto con vergogna, per lasciare spazio a questo “nuovo”. Che non incanta, che non ha una storia e per questo non ha una coscienza. Il futuro maschile, citando uno dei padiglioni espositivi della Fortezza, avrà ancora una storia?
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